venerdì 27 aprile 2018

Blankets di Craig Thompson

Ciao a tutti!
Oggi vi parlo di un fumetto che non vedevo l'ora di leggere di un autore che non vedevo l'ora di conoscere: Blankets di Craig Thompson. Come tutte le volte che voglio parlarvi di qualcosa che mi è piaciuto per farvi capire quanto mi sia piaciuto (= abbia adorato) quello che ho letto, non mi piace per niente quello che ho scritto perché mi sembra super-sconclusionato. Nuovo sistema di rating: Più sconclusionato è quello che leggete, più il libro/fumetto in questione mi è piaciuto.
Di Craig Thompson ho letto anche Polpette spaziali, di cui vi parlerò in un prossimo futuro. SPOILER: Mi è piaciuto molto, ma non tanto quanto Blankets.


Blankets
Blankets di Craig Thompson

Rizzoli Lizard  27 Ottobre 2010  592 pagine  29,00€  ITA
Una storia d'amore come non si è mai vista prima. Una graphic novel autobiografica in cui Craig Thompson parte dalla sua infanzia nel Wisconsin per raccontarci la sua vita familiare e il suo rapporto con la religione, fino ad arrivare all'incontro con Raina: l'amore esplode allora con tutta la sua forza, sorprendendo il protagonista e coinvolgendo i lettori in un fiume di emozioni tanto appassionanti quanto letterariamente mature.

My rolling thought
Flirtavamo con le lettere, dai bigliettini timidi ai pacchetti profumati che traboccavano di fiori, poesie, canzoni d’amore e romantiche sciocchezze da adolescenti.
Blankets è un romanzo grafico di stampo autobiografico di circa seicento pagine che racconta dell’approdo all’età adulta di Craig Thompson passando attraversando l’infanzia e l’adolescenza. L’intero fumetto nasce essenzialmente da una sensazione, quella di rimanere a letto con qualcuno sotto le coperte, che in corso d’opera si arricchisce di tanti altri momenti legati al passato di Craig e alle persone che hanno fatto parte della sua vita.
Oltre questo nucleo centrale, le tematiche affrontate sono molte e forti, un elemento da tenere in considerazione e da valutare se si è particolarmente sensibili e ci si vuole approcciare alla sua lettura. Si tratta per lo più di episodi molto brevi, alcune tavole o singole vignette (volutamente) disturbanti che ritornano durante la lettura che non caratterizzano il fumetto nella sua interezza ma Thompson è stato così bravo che, attraverso l’impatto visivo e l’intensità del racconto, portano un forte senso di oppressione che si mantiene vivo in un angolino fino alla fine.
Blankets è il racconto delle vicende di una persona qualunque, con le sue incertezze e i suoi dubbi, i suoi rapporti conflittuali e altri che nel corso del tempo sono stati lasciati alle spalle. Il protagonista non si rivela l’eroe della sua stessa storia, una storia che peraltro non è a lieto fine, ma è una storia bella perché è vera.
Dal punto di vista narrativo, Thompson va avanti e indietro nel tempo, alternando ricordi di infanzia con momenti vissuti nel presente, in età adulta, che creano parallelismi e associazioni mentali.
L’infanzia e l’adolescenza di Craig sono caratterizzate da un forte legame con la religione, un amore imposto dai suoi genitori, cristiani conservatori, e mai del tutto compreso fino in fondo che pertanto vive in modo conflittuale: se da una parte pensa di essere pronto per entrare in seminario e legge la Bibbia con meticoloso fervore annotando passi poco chiari o che non riesce a comprendere, dall’altro mette continuamente in discussione la sua fede, chiedendosi cosa sia giusto e cosa invece sbagliato, soprattutto alla luce delle sue idee e dei suoi ideali da giovane uomo che si scontrano con i giudizi delle altre persone. Esemplare è il caso della sua passione per il disegno, che vive con grande senso di colpa in quanto viene vista dalla comunità religiosa come una distrazione, un  passatempo futile e peccaminoso.
Blankets è il racconto delle prime volte che una persona può trovarsi a vivere nel corso della sua vita, come il primo amore, le sue prime gioie e i suoi primi dolori. L’amore per Raina, conosciuta durante uno dei tanti campeggi invernali organizzati dalla parrocchia a cui Craig partecipa senza troppa convinzione, nasce in modo semplice e spontaneo e va avanti in questo stesso modo, come se fosse naturale intrecciare mani e piedi sotto una coperta e puntare la sveglia quel quarto d’ora prima per ritornare di nascosto nella propria stanza prima che la madre di lei si svegli. La loro storia d’amore non è frettolosa ma segue il suo corso, è tenera, dolce, soffice e pura come la neve che invade le tavole, soprattutto quando si scambiano storie, ricordi e confidenze. Craig e Raina scoprono insieme cosa significa crescere e diventare adulti, ma la loro storia deve affrontare e sostenere il peso della distanza e le consapevolezze sul futuro, segnato dalle rispettive situazioni famigliari problematiche.
L’incapacità di entrare in sintonia con la propria famiglia e di non riuscire a proteggere i membri più deboli da abusi e traumi impedisce a Craig di instaurare rapporti profondi e duraturi con i suoi genitori e suo fratello minore, con il quale non riuscirà mai a entrare in sintonia se non in età adulta ma sempre con un certo distacco. Inoltre Craig non riesce a integrarsi con i suoi coetanei, che lo bullizzano e lo emarginano, e quindi vive come una sorta di disadattato. L’unico momento in cui Craig riesce ad essere se stesso e a liberarsi dalle catene della realtà è quando si abbandona alla forza creatrice dell’immaginazione.


Quando Craig-bambino, in compagnia di suo fratello, si abbandona all’immaginazione, non esistono più regole e le tavole diventano dinamiche e fantasiose, le stesse vignette si deformano e sottostanno alla fantasia dei due ragazzini, quindi un letto può diventare una nave o uno spaventoso coccodrillo. Quando Raina regala la coperta che ha fatto a mano a Craig, la tavola diventa quella stessa coperta, fatta di quadratini dalle fantasie diverse cuciti insieme con loro due che si perdono in essa. E la stessa Raina diventa un angelo, musa ispiratrice di Craig.
Thompson si limita all’uso del bianco e del nero, attraverso i quali crea opposizioni nette e delimita contorni. Il disegno è marcato e particolare attenzione è stata data alla resa delle mani che, più del viso dei personaggi, sono veicolo di sensazioni ed emozioni.
Blankets è la coperta sotto la quale Craig e suo fratello immaginano mondi, missioni e avventure durante le gelide notti invernali o le calde notti d'estate.
Blankets è la coperta sotto la quale Craig e Reina vivono il loro primo amore lontano dagli occhi della figura di Cristo appeso in camera e da quelli delle loro famiglie.
Blankets è la coperta sotto la quale i due si nascondo illudendosi di trovare pace, tranquillità e silenzio dai tormenti.
Blankets non è una storia spettacolare o fantastica, ma è una storia semplice raccontata in modo intimo e personale. La sua semplicità, e anche per certi versi la sua banalità, la rende speciale perché il lettore può identificarcisi su diversi livelli: l’infanzia difficile, il rapporto con la religione, il turbamento degli anni scolastici, il primo amore e le sue fasi, le ansie del diventare adulti, e le tipiche domande esistenziali che ognuno si pone nel corso della sua vita.
È un fumetto che da una parte mi ha trasmesso tanta tenerezza e purezza, sensazioni belle, calde e positive perché l’identificazione con Craig-personaggio è davvero molto forte; dall’altra mi ha trasmesso anche un po’ di angoscia, per via di quel senso di oppressione e di quel finale dolce-amaro la cui lettura ha un po’ lo stesso effetto di quando si viene strappati all’improvviso dal caldo abbraccio di una coperta in una fredda mattina d’inverno.
Personalmente sono molto contenta di averlo letto perché è stata una finestra su nuove tematiche e su un nuovo autore che è riuscito a colpirmi in pieno, perché è riuscito a farmi riflettere e a farmi affrontare argomenti che non vengono trattati nei libri e nei fumetti che solitamente leggo.
Vi consiglio davvero tanto la lettura di Blankets anche se la recensione che ho scritto potrebbe farvi arrivare note malinconiche e soprattutto vi consiglio di non farvi scoraggiare dal prezzo: 29€ sono tanti ma in cambio vi rimarrà una vera opera d’arte.

★★★★½
Awesome! :D

martedì 24 aprile 2018

❃ LITTLE WOMEN ❃ • serie tv BBC

Ciao a tutti!
Siamo all’ultima settimana del mese ed è giunto il momento cinematografico del blog. Questa volta vi parlo di una serie tv, del riadattamento dei due romanzi di Louisa May Alcott Piccole Donne e Piccole Donne Crescono. Mi sono recentemente riapprocciata a questi due romanzi dopo un pessimo trascorso (iniziati anni fa in una bruttissima edizione Newton Compton mai finita per il carattere microscopico che mi ha fatto innervosire e perdere l’interesse per quello che stavo leggendo a cui è seguito un secondo tentativo con una brutta traduzione) quindi, dopo averli finiti, ho pensato bene di recuperare questo adattamento. Non sono tra i miei classici per ragazzi preferiti e ho sempre pensato a loro come alla storia di Jo (e sotto sotto, secondo me, lo pensava anche la Alcott), ma secondo me è una di quelle letture da fare almeno una volta nella vita. Ho già scritto troppo, taglio qui e vi lascio al post!


Little Women
di Heidi Thomas

2017  3 episodi  60 minuti  DRAMAFAMILY
Una nuova versione cinematografica del romanzo di Louisa May Alcott, che racconta la storia delle quattro sorelle March: la più anziana Meg, la testarda Jo, la tranquilla Beth e la giovane Amy. 

My rolling thought
Vorrei che portassimo ferri da stiro sulla testa per impedirci di crescere. Ma disgraziatamente i boccioli diventano rose e i gattini gatti.
Ambientato durante la Guerra Civile americana, Little Women racconta le vicende quotidiane delle giovani sorelle March — Meg, Jo, Beth e Amy —, che vivono nell’attesa che il padre, cappellano nell’esercito degli Stati Uniti, possa far ritorno dalla guerra in compagnia della saggia madre Margaret e di Laurence, il giovane nipote dell’anziano e ricco vicino di casa Mr Laurence. Da ragazze semplici e provenienti da un ambiente povero, attraverso le piccole sfide di ogni giorno, le quattro sorelle March cresceranno per diventare delle donne adulte e responsabili, riuscendo a trovare il loro posto nel mondo.
Come ogni classico di grande fama che si rispetti, anche i romanzi di Louisa May Alcott che raccontano la storia della famiglia March sono stati portati molte volte sia sul piccolo che sul grande schermo — l’adattamento più famoso è senz’altro il film del 1994 voluto da Winona Ryder che la vede nel ruolo di Jo March. Little Women della BBC è l’ultimo in ordine di tempo e, un po’ come è successo per Anne with an ‘E’, è lecito chiedersi: ha portato qualcosa in più rispetto agli adattamenti precedenti?


Rielaborando due libri in soli tre episodi da sessanta minuti ciascuno, la sceneggiatura della serie tv ha effettuato numerosi tagli: alcuni episodi centrali e iconici dei romanzi della Alcott sono stati mantenuti, altri sono stati sacrificati, piccoli episodi di semplice vita quotidiana sono stati eliminati. Di questi ultimi, decisamente non fondamentali rispetto ad altri e quindi più sacrificabili, si avverte la mancanza soprattutto per rendere graduale l’evoluzione delle ragazze e restituire l’atmosfera calda e famigliare che è uno degli elementi caratterizzanti dei romanzi. Il risultato è una storia un po’ caotica e affrettata, di cui non si riescono a cogliere nessi narrativi e lo scorrere del tempo.
La scelta di limitare l’elemento religioso, uno dei cardini attorno il quale ruotano i due romanzi, alla sola contestualizzazione del periodo storico e alla professione di Mr March è stato un vantaggio per non appesantire la visione della storia e renderla ridondante in modo da far concentrare lo spettatore sulla crescita e l’evoluzione dei personaggi delle ragazze.
Ho apprezzato il fatto che per interpretare le quattro sorelle March siano state scelte ragazze alle loro prime esperienze dietro la macchina da presa o poco conosciute; al contrario, ho trovato fastidiosissimo che non siano state rispettate le reali età di Beth e Amy, che da bambine sono praticamente diventate delle adolescenti, per una questione di credibilità dei due personaggi, della loro crescita e delle azioni che compiono (questo soprattutto per Amy). Nonostante questo, tutte e quattro le attrici sono riuscite a cogliere e a rendere più che bene le sfumature caratteriali delle quattro sorelle: Willa Fitzgerald interpreta una Meg dolce e assennata con la tipica inclinazione alle frivolezze; Maya Hawke, pian piano, rivela la personalità ribelle, anticonformista e ribelle di Jo; Annes Elwy restituisce la tenerezza e l’ingenuità della piccola Beth; e Kathryn Newton è l’incarnazione della capricciosa e vanitosa Amy.
Meno spazio è stato dato agli altri personaggi, che si limitano a essere più spalle che altro: Laurie rimane poco approfondito, il rapporto delle ragazze con mamma e papà March si limita a poche battute, Mr Lawrence e Zia March sono delle vere e proprie comparse (interpretati da Michael Gambon e Angela Lansbury che, per quel poco, sono riusciti a rendere interessanti i rispettivi personaggi). Il poco spazio dato a questi personaggi va a intaccare le dinamiche con le ragazze, e quindi non si capisce, ad esempio, perché Mr Laurence sia così affezionato a Beth.
Nel complesso lo spazio dato alle sorelle March è equo e nessuna di loro prevarica sull’altra, le vicende che riguardano le loro vite riescono a svolgersi in modo armonico e fluido intrecciandosi tra di loro.
La ricostruzione scenografica e i costumi sono impeccabili e curati, estremamente piacevoli sebbene una riflessione più profonda renda immediatamente palese il contrasto con lo statuto di povertà in cui vive la famiglia March; la fotografia richiama quella di Anne with an ‘E’ ma non ha la stessa intensità e poeticità.
Little Women è stata una visione piacevole e fresca, ma non mi ha appassionato più di tanto. Seppur non abbia contribuito a portare nuove sfumature ai romanzi di Louisa May Alcott, l’operazione di ridare vita ai grandi classici della letteratura attraverso il mezzo cinematografico permette di avvicinarcisi, scoprirli o riscoprirli, che è sempre cosa buona e giusta.

★★★½
Good. :)

venerdì 20 aprile 2018

RECENSIONE: The Lie Tree di Frances Hardinge

Ciao a tutti!
Oggi vi parlo di The Lie Tree di Frances Hardinge, romanzo che è stato tradotto dalla Mondadori qualche annetto fa con il titolo L’albero delle bugie (potete trovarlo sia in copertina rigida che in edizione economica). Io ho deciso di leggerlo in inglese perché l’edizione che ho scelto è illustrata Chris Riddell e perché, semplicemente, volevo leggerlo in lingua.
Vi anticipo che mi è piaciuto tanto, tantissimo!, e sicuramente lo ritroverete nella classifica delle letture migliori di quest’anno. Altrettanto sicuramente, nel prossimo futuro, leggerete altri post con protagonisti i libri di Frances Hardinge (ormai sono entrata in fissa).
AVVERTENZA: Per favore, non leggete la trama fornita dall’editore! Rivela fatti che accadono molto in là nel romanzo, oltre le cento pagine, e ciò rovina la lettura. Se siete ancora in tempo, evitatela! Al contrario, dimenticatela!!


The Lie Tree
di Frances Hardinge

Macmillan  20 Ottobre 2016  496 pagine  11,66 €  ITA
Fin da quando era piccola Faith ha imparato a nascondere dietro le buone maniere la sua intelligenza acuta e ardente: nell'Inghilterra vittoriana questo è ciò che devono fare le brave signorine. Figlia del reverendo Sunderly, esperto studioso di fossili, Faith deve fingere di non essere attratta dai misteri della scienza, di non avere fame di conoscenza, di non sognare la libertà. Tutto cambia dopo la morte del padre: frugando tra oggetti e documenti misteriosi, Faith scopre l'esistenza di un albero incredibile, che si nutre di bugie per dar vita a frutti magici capaci di rivelare segreti. È proprio grazie al potere oscuro di questo albero che Faith fa esplodere il coraggio e la rabbia covati per anni, alla ricerca della verità e del suo posto nel mondo. Magia, scienza e desiderio di libertà si incontrano in un questo romanzo, con una coraggiosa eroina che rompe gli schemi, nel solco di Jane Eyre.

My rolling thought
I want to be a bad example.
Faith, una ragazzina di quattordici anni figlia dell'Inghilterra vittoriana, è costretta a lasciare la sua casa nel Kent a causa di uno scandalo in cui è stato coinvolto suo padre, reverendo e naturalista, che ha a che fare con una delle sue scoperte scientifiche. La famiglia Sunderly spera di trovare riparo dai pettegolezzi su un’isoletta cogliendo l'occasione dell'inizio di alcuni scavi per cui è richiesta la presenza del reverendo, ma le voci corrono veloci e presto peccati passati, anche quelli che sembravano essere sepolti per sempre, tornano per tormentarla.
The Lie Tree di Frances Hardinge è un romanzo che si presenta come una mescolanza di generi: ci sono momenti thriller e atmosfere mistery, contaminazioni dal genere sovrannaturale e dell’orrore, uno studio approfondito dell’età vittoriana che rimanda al genere del romanzo storico. Inoltre è un romanzo dalla trama molto intricata, ci sono tanti piccoli misteri da svelare che ruotano attorno a quello centrale e tante piccole cosa da scoprire e su cui far chiarezza. Tuttavia è un romanzo molto compatto e chiara è la sua direzione fin dall’inizio: l’autorealizzazione della protagonista come autorealizzazione femminile in generale.
Frances Hardinge, infatti, racconta la storia di una ragazzina che, nonostante le avversità rappresentate soprattutto dalle convenzioni sociali dell’epoca in cui vive che vedono la donna solamente come creatura silenziosa e servizievole, riesce a infrangere tutte le regole per affermare se stessa e essere ciò che vuole essere veramente.
Da figlia di uno studioso esperto di fossili, Faith desidera seguire le orme del padre, nonostante la società si aspetta da lei che diventi una brava donna di casa pronta a sposare un uomo facoltoso.
Faith è dotata di una spiccata intelligenza e nutre un profondo amore per la scienza, è curiosa, intraprende e piena di risorse; al tempo stesso, risente delle pressioni di sua madre, che la vorrebbe una brava signorina — possibilmente anche silenziosa, di aspetto curato e di buone maniere —, e del peso degli interrogativi che si pone su se stessa e delle riflessioni che compie sui suoi pensieri e sulle sue azioni. L’autrice riesce quindi a caratterizzarla in modo assolutamente realistico, senza renderla una figurina o solamente “un personaggio da romanzo”.
Centrali in questo senso sono il rapporto padre-figlia e madre-figlia. Nonostante venga continuamente messa da parte, sottovalutata e in un certo qual modo anche sfruttata, Faith fa di tutto per conquistare la stima e la fiducia del padre mostrandosi meritevole del suo affetto e del suo amore, mentre pensa alla madre come a una donna frivola, opportunista e materialista. Con l’andare avanti della storia, l’infittirsi delle vicende e le scoperte che farà sulla sua famiglia, Faith sarà costretta a ricredersi e a cambiare la sua valutazione sui propri genitori, a dimostrazione che le persone sono molto più di quanto appaiono, percepiamo o vogliono farci credere che siano.
La protagonista è un dei due elementi più belli di questo romanzo, l’altro è lo stile di scrittura di Frances Hardinge: dettagliato, evocativo, profondo e accattivante.
Le scelte sul piano narrativo sono azzeccate in pieno. La Hardinge svela poco alla volta e non c’è nessuna rivoluzione clamorosa, riuscendo in questo modo a tenere viva e legata alla storia l’attenzione del lettore, che contemporaneamente elabora le proprie ipotesi circa il mistero centrale e riflette sulle tematiche sollevate dall’autrice.
L’albero delle bugie, di cui Faith scopre l’esistenza durante le sue investigazioni capace di svelare verità nascoste e segreti inconfessabili nutrendosi di bugie e riuscendo a sopravvivere solo nell’oscurità, è il chiaro rimando al percorso di crescita interiore di Faith che, scavando nella storia della sua famiglia e portandone alla luce i misteri, porta alla luce se stessa dall'oscurità per ribadire la sua essenza e la sua libertà.
Sviluppo scientifico e interrogativi religiosi corrono insieme, basti solo pensare al nome della protagonista e alla professione di reverendo e studioso naturalista di suo padre.
È un romanzo superbo sotto ogni punto di vista, dalla prosa, alla risoluzione dei misteri, fino alla caratterizzazione dei personaggi, è intrigante e ben sviluppato.
The Lie Tree centra il suo obiettivo e porta avanti una rivoluzione sociale tutta al femminile: la protagonista dimostra che le donne non sono creature indifese e fragili che necessitano di protezione, ma sono forti, intelligenti e caparbie tanto quanto gli uomini.
È dedicato a un pubblico giovane ma riesce a farsi apprezzare in pieno anche da un pubblico adulto, in particolare per lo stile di scrittura dell’autrice, l’accuratezza della ricostruzione storica e le atmosfere oscure.
Ve ne consiglio davvero la lettura perché è un romanzo stratificato e profondo, ogni pagina solleva un quesito e porta a fare una serie di riflessioni riguardo tematiche di attuale importanza, e perché la penna di Frances Hardinge è sferzante come una frusta.
This is a battlefield, Faith! Women find themselves on battlefields, just as men do. We are given no weapons, and cannot be seen to fight. But fight we must, or perish.
★★★★★
Wonderful. *^* 

martedì 17 aprile 2018

MANGA IN CORSO: Chiisakobe 1, Come dopo la pioggia 1, The Promised Neverland 1

Ciao a tutti!
Ho finalmente deciso di iniziare a parlarvi delle serie manga che sto seguendo o che ho iniziato a seguire di recente parlandovene volume per volume invece di aspettare di concluderle o di parlarvi solo di serie un po' vecchiotte e concluse. In questi appuntamenti, che non so quale cadenza avranno, vi parlerò quindi del contenuto dei singoli volumi, pertanto ci saranno necessariamente spoiler legati a quelli precedenti.
Spero vi faccia piacere avere un riscontro dei manga che leggo di questo tipo e che sia un'occasione per farvi scoprire qualcosa di nuovo, convincervi a leggere una serie sulla quale siete in dubbio e per scambiare qualche parere sulle serie che seguite anche voi.
In questo primo post vi parlo di tre numeri uno, due uscite recenti e una che risale all'anno scorso, che ho letto durante la scorsa settimana.


Chiisakobe 1 di  Minetaro Mochizuki • Trasposizione manga del romanzo di Shugoro Yamamoto, Chiisakobe racconta la storia di Shigeji, ventiseienne rimasto orfano dopo un incendio scoppiato nel suo quartiere che si ritrova sulle spalle la gestione dell’azienda di famiglia, una ditta di costruzioni che non sta passando un buon periodo e nella quale ha iniziato a lavorare come capo cantiere. Nessuno ha molta fiducia in questo giovane uomo in quanto viene visto un po’ come uno sfaticato ma, dopo un primo momento di sconforto e raccoglimento in posizione fetale, seguendo gli insegnamenti del padre (umanità e forza di volontà), si mette sotto con il lavoro deciso a recuperare il recuperabile. Un suo fidato collaboratore cerca di aiutarlo nella risoluzione di piccoli problemi tecnici, come l’apprendistato di due ragazzi di cui si occupava il padre e la gestione della casa, per la quale assuma Ritsu, una giovane ragazza che Shigeji conosce fin da bambino. Ritsu porta con sé in casa di Shigeji un gruppetto di bambini orfani che non hanno un posto in cui stare perché hanno perso il loro orfanotrofio a causa dell’incendio, e che si dimostra essere un altro fardello sulle spalle del povero Shigeji.
Chiisakobe è uno slice of life che racconta fatti quotidiani legati alla vita della società giapponese e secondo me, proprio per questo motivo, è una serie manga che potrebbe piacere anche a chi non si è mai approcciato alla lettura di fumetti giapponesi (ho testato e ho avuto successo). Nonostante racconti episodi di vita quotidiana, la storia contenuta in Chiisakobe è resa interessante dal fatto che i personaggi che la animano sono tipi un po’ particolari, scorbutici, scostanti e molto, molto silenziosi, tuttavia sorprendentemente incisivi a livello emotivo, tanto che il lettore non può fare a meno di appassionarsi e interessarsi alle loro vicende.
È un primo volume molto ricco, che presenta diverse linee narrative da seguire e che per questo getta le basi per gli intrecci e gli sviluppo futuri della storia: innanzitutto Shigeji e il suo percorso di crescita personale e professionale, nonché la sua ostinazione a non voler accettare alcun tipo di aiuto per risollevare e mandare avanti la sua ditta; Ritsu e il suo passato, sia per quanto riguarda la sua vecchia professione di hostess che ha ripercussioni sul suo presente in relazione ai pregiudizi sulla sua persona che per la sua storia famigliare; la questione dei bambini orfani, che sono un gruppetto molto scatenato, vivace e poco gestibile con facilità; il personaggio di Yu, un’altra vecchia conoscenza di Shigeji che si propone di occuparsi dell’educazione dei bambini, e i pensieri morbosi che suo padre ha verso di lei.
Minetaro Mochizuki ha uno stile pulitissimo, molto definito e marcato, in cui l’elemento che colpisce maggiormente sono i volti dei personaggi e le loro espressioni. È uno stile che personalmente mi fa impazzire e che mi ha fatto incuriosire nei confronti di questo manga.
Questo primo volume di Chiisakobe mi ha fatto una buonissima impressione e mi ha appassionato davvero tanto! È una serie che porterò sicuramente a conclusione perché quattro volumi sono pochi e ho delle sensazioni positive a riguardo.
J-Pop  1 Marzo 2018  200 pagine  9,50 € •  Seinen  ITA
NOTA SULL'EDIZIONE: Di formato maggiore rispetto i soliti tankōbon, presenta sovracopertina e pagine iniziali a colori.

Come dopo la pioggia 1 di Jun Mayuzuki • Akira Tachibana è una studentessa di diciassette anni che lavora part-time in un family restaurant. All’apparenza fredda e distaccata, è in realtà una ragazza molto matura che si è innamorata del suo direttore, Masami Kondo, un uomo di quaranticinque anni, divorziato e con un figlio, dopo che lui le ha riservato un gesto gentile che le ha scaldato il cuore.
Come dopo la pioggia affronta una tematica molto comune agli shoujo scolastici ma lo fa con toni molto più maturi, non solo perché in questo caso l’interesse amoroso è un personaggio molto più grande della protagonista ma perché la stessa Akira ha un modo di pensare, di comportarsi e di approcciarsi alla vita molto più maturo rispetto alle sue compagne di classe e più in generale alle sue coetanee.
Ho molto apprezzato la protagonista per via di questo suo tono di maturità, e l’ho trovata molto ben caratterizzata così come Kondo, l’uomo di cui è innamorata. Entrambi si presentano come personaggi molto complessi, niente affatto chiusi o timidi come potrebbero apparire in un primo momento, ma molto posati, eleganti e naturali. 
Il tratto di Jun Mayuzuki è molto fine ed elegante, mi fa pensare un po’ ai “manga classici”, e rende piena giustizia all’essenza dei personaggi. Mi ha colpito molto il volto di Akira e la sua espressività che, per citare un personaggio, “non riesco a capire se quella ragazza sia gentile o faccia paura”; sembra proprio una donna, la sua maturità si manifesta anche da un punto di vista estetico. Kondo ha un viso molto dolce e gentile, che ben si confà ai suoi modi di fare, che hanno tanto colpito Akira. Le tavole in generale non sono cariche di elementi ambientali o orpelli decorativi ma vengono lasciate volutamente ariose e spaziose, molte non hanno bisogno nemmeno di parole ma trasmettono la loro intensità attraverso gli sguardi, i gesti e la postura dei personaggi.
È un manga pervaso di una particolare leggerezza sia dal punto di vista grafico che da quello di sviluppo della storia che si equilibra con una tematica abbastanza importante quale può essere la relazione tra due persone con una notevole differenza di età, dei problemi che questa può comportare (in particolare nella società giapponese) e cosa può offrire a chi la sta vivendo, in cui da una parte c’è una ragazza che deve ancora sperimentare la vita e dall’altra un uomo vissuto, con alle spalle esperienze di un certo tipo.
Sono rimasta colpita da questo primo volume di Come dopo la pioggia perché, dopo aver letto milioni di shoujo con situazioni e sviluppi pressoché simili e con tratti di disegno molto dolci e dettagliati, mi ha offerto qualcosa di nuovo che si distacca completamente dalle altre serie, sia dal punto di vista narrativo che da quello grafico, non è intriso di quella dolcezza stucchevole di cui dopo un po’ se ne ha abbastanza. Voglio assolutamente continuare questa serie perché si prospetta molto interessante, voglio assolutamente conoscere gli sviluppi della storia e come questa sarà gestita dall’autrice, ma anche perché ha fatto breccia nel mio cuore in modo molto speciale.
Star Comics  22 Giugno 2017  160 pagine  4,90 €  Seinen ITA
NOTA SULL'EDIZIONE: Di formato leggermente più grande rispetto i soliti tankōbon, presenta sovracopertina ma nessuna pagina a colori.

The Promised Neverland 1 di Kaiu Shirai & Posuka Demizu • Emma, Norman e Ray sono tre bambini di undici anni che vivono nell’orfanotrofio di campagna Grace Field House. L’orfanotrofio è gestito da Mamma Isabella, l’unico adulto presente, che si occupa dei trentanove bambini come se fossero suoi figli e loro, pur non avendo nessun legame di sangue, si considerano tutti fratelli. La loro vita trascorre tranquilla e pacifica, scandita da pasti abbondanti, test per tenere allenata la mente e giochi per distrarsi, le uniche regole da rispettare sono 1) non oltrepassare mai il cancello di entrata, e 2) il recinto che delimita i confini dell’orfanotrofio, per il resto sono liberi di andare dove vogliono. Un giorno Conny, una bambina di sei anni, viene adottata ma, nel lasciare l’orfanotrofio, dimentica il suo peluche preferito. Emma e Norman decidono di riportaglielo sperando di trovarla ancora presso il cancello d’entrata, disubbidendo così a una delle due regole di Mamma Isabella. Arrivati al cancello, fanno una scoperta che cambierà totalmente la loro vita e che li porterà alla realizzazione del vero significato che hanno i numeri identificativi sul loro collo.
Mi sono approcciata a questo primo volume di The Promised Neverland sapendone davvero nulla in proposito, ho deciso di provare a leggerlo perché mi sono imbattuta in un paio di pareri entusiastici e ne sono rimasta incuriosita. Credetemi, leggerlo così è stata un’esperienza sconvolgente. Magnifica, ma sconvolgente.
L’incipit dal quale si sviluppa la storia ideata da Kaiu Shirai e disegnata da Posuka Demizu è molto comune, ma sono le scelte narrative che la rendono una lettura interessante e coinvolgente.
Apparentemente l’orfanotrofio Grace Field House sembra un luogo tranquillo e sereno, ma fin dall’inizio vengono dati piccoli indizi sia direttamente che indirettamente che fanno intuire al lettore che c’è qualcosa che non va, che non si tratta di un semplice orfanotrofio.
Ho apprezzato il fatto che si arrivi a un primo risvolto di trama in modo molto veloce e senza tenere troppo sulle spine, prolungando una suspense che con il tempo sarebbe scemata perché il lettore ci sarebbe arrivato molto prima dei protagonisti. In questo modo ci si è potuto concentrare su ciò che avviene dopo la scoperta, il modo in cui reagiscono Emma e Norman, i loro pensieri e i loro processi mentali a riguardo, cosa decidono di fare e cosa non fare, un’opportunità anche per far emergere i loro caratteri.
L’attenzione del lettore è costantemente tenuta attiva e sollecitata perché è una storia che, oltre a lasciare molta ansia, coinvolge, in quanto porta a fare tantissime supposizioni sia sui futuri sviluppi ma anche perché le carte in tavola vengono continuamente ribaltate.
Questo primo volume mi ha colpito tantissimo per la trama inaspettata e per le scelte narrative  tutto è dipeso principalmente dal fatto che non ne sapessi nulla, ma sono sicura che avrà lo stesso effetto di sconvolgimento anche su chi conosce la trama nelle sue linee generali.
Le premesse per una serie nuova e originale ci sono tutte, quindi spero che con l’andare avanti non si trasformi in qualcosa di già visto ma mantenga le sue peculiarità.
J-Pop  1 Febbraio 2018  192 pagine  5,90 € •  Shonen  ITA
NOTA SULL'EDIZIONE: Di formato leggermente più piccolo rispetto i soliti tankōbon, presenta sovracopertina e pagine iniziali a colori.

venerdì 13 aprile 2018

Il piccolo vagabondo di Crystal Kung

Ciao a tutti!
Oggi vi parlo de Il piccolo vagabondo di Crystal Kung, che ho potuto leggere grazie all’Ufficio Stampa della
Bao Publishing
 che mi ha contattato per propormelo (grazie Chiara ). È un fumetto di cui aspettavo l’uscita con una certa trepidazione, quindi sono molto contenta di aver avuto la possibilità di leggerlo subito per parlarvene a ridosso dell’uscita.
Un’informazione importantissima: il volume, insieme a tutto il catalogo, rientra nella campagna del -25%. Se vi ispira o se sono riuscita a incuriosirvi, vi consiglio di approfittarne e di recuperarlo perché lo pagherete solo 13,50€.


Il piccolo vagabondo
di Crystal Kung

Bao Publishing  29 Marzo 2018  171 pagine  18,00 €  ITA
Un libro muto, che si guarda come un cartone animato e si legge come una favola moderna. Un bambino senza nome né meta a fare da filo conduttore tra storie che potrebbero avvenire in qualunque città, perché appartengono al vissuto di tutta l'umanità.

My rolling thought
Tutti hanno un piccolo vagabondo nel proprio cuore.
Crystal Kung, giovane studentessa di animazione 3D e character design, nel corso della sua vita ha viaggiato tantissimo spostandosi tra Oriente e Occidente, tanto che lei stessa si definisce figlia del mondo, sente di non appartenere a nessun paese e a nessuna nazionalità.
Ne Il piccolo vagabondo, suo fumetto d’esordio dai toni autobiografici, riversa quindi la sua esperienza di vita e la sua concezione del mondo e dei rapporti umani.
Il volume si compone di sei racconti muti, le uniche parole che si possono leggere sono quelle delle frasi poste in apertura a ognuno di essi che suggeriscono il taglio narrativo delle vicende raccontate.
Il filo conduttore delle storie è un bambino, un piccolo vagabondo, che con il suo cappuccio rosso compare dal nulla per aiutare i protagonisti dei racconti a ritrovare qualcosa che hanno perduto. Lo seguiamo in diversi luoghi del mondo — dal Tibet, a New York, a Xi’an, a Xinjiang, a Shanghai e infine a Taipei —, nelle città in cui la stessa Crystal Kung ha vissuto, a dedicare un ritratto a una illustratrice troppo presa a disegnare il volto degli altri per ricordarsi il proprio, a porgere un ombrello a un uomo anziano da solo in mezzo alla pioggia, a farsi seguire con una piccola lanterna tra la nebbia da un uomo che torna dopo tanto tempo nel suo paese d’origine, a offrire una chiave a una giovane ragazza per permetterle di entrare in contatto con le persone che ha intorno.
Ci si può perdere in tanti modi — fisicamente, psicologicamente, artisticamente —, ma il piccolo vagabondo, come uno spirito guida, aiuta chi si è perso offrendo la possibilità di ritrovare il cammino perduto, se stessi o il rapporto con gli altri con un piccolo gesto.
Sono storie molto limpide e chiare, che mostrano una profonda sensibilità e una straordinaria attenzione per i sentimenti e per il mondo interiore dell’essere umano. Sono storie che non rimangono anonime o di difficile interpretazione, ma si aprono anche alla chiave di lettura che il singolo lettore trova tra le tavole. Sono storie dal carattere universale, che potrebbero avvenire in qualsiasi luogo del mondo e in qualsiasi momento.


Essendo un fumetto muto, la storia si sviluppa e va avanti unicamente attraverso il disegno e la sua forza espressiva.
Il silenzio dell’opera riesce a coinvolgere e a far immergere il lettore con tutto se stesso e con tutti i suoi sensi nelle storie, gli permette di ascoltare la voce del piccolo vagabondo e di soffermarsi sulle piccole cose, sui dettagli. Di questi brevi, intensi e incontaminati incontri che accarezzano l’anima rimangono piccoli gesti gentili capaci di mostrare la bellezza e la bontà di quanto c’è ancora nel mondo e nelle persone.
Il tratto di Crystal Kung è delicato e morbido, attento alla forza espressiva dei volti e dei gesti. Le tavole sono magiche e oniriche, dai colori brillanti, caldi e luminosi, e costruite per piani orizzontali. La stessa autrice definisce la sua opera un lavoro di animazione, infatti i suoi racconti possono essere paragonati a dei cortometraggi animati per via della fluidità del disegno che sembra dare vita a immagini in continuo movimento.
Per la sua poesia e semplicità, Il piccolo vagabondo è una piccola perla capace di parlare senza aver bisogno delle parole e di rimanere impresso a lungo nell'anima di chi riesce ad ascoltarne la voce.

★★★★½
Awesome! :D

martedì 10 aprile 2018

LIBRINPRATICA: Il magico potere del riordino e 96 lezioni di felicità di Marie Kondo

Ciao a tutti!
Il post discussione di questo mese mi permette di aprire un discorso che si protrarrà anche nei post discussione dei prossimi mesi che riguarderà vari temi legati ai libri, alle nostre librerie e al rapporto che abbiamo con esse.
l i b r i n p r a t i c a quindi non è una nuova rubrica, ma mi sembrava un nome carino per introdurre questo post e il suo contenuto. Ho infatti letto i due manuali di Marie Kondo sul riordino, Il magico potere del riordino e 96 lezioni di felicità, e li ho messi in pratica.
Mi piacerebbe parlarvi di questi due volumi, di cosa penso di loro e di questo metodo, e della mia esperienza personale sul e di riordino. Una recensione non mi sembrava funzionale allo scopo, quindi, in maniera molto libera, vi lascio il mio pensiero.


Il magico potere del riordino & 96 lezioni di felicità
di Marie Kondo
Un rito di passaggio che vi permette di fare un inventario della vostra interiorità.
Cosa ho pensato immediatamente dopo aver finito di leggere Il magico potere del riordino e 96 lezioni di felicità di Marie Kondo:
  1. Marie Kondo è una pazza scatenata;
  2. Marie Kondo mi ha battuto sul tempo, una cosa del genere (in parte) avrei potuta scriverla anche io e avere (in parte) il suo stesso successo.
Mi spiego meglio.
Marie Kondo è una giovane donna giapponese che fin da piccola ha la passione per il riordino. Nel corso della sua vita ha sperimentato molti metodi di riordino, dai “consigli della nonna” ai consigli delle riviste per casalinghi, ma nessuno è mai riuscita a soddisfarla in pieno. È quindi con il tempo arrivata a perfezionare un suo metodo personale, infallibile a detta sua e dei suoi clienti, che adesso espone in conferenze e corsi che tiene in giro per il mondo. Per chi non ha la possibilità di prendervi parte, ha scritto questi due manuali.
Dico che Marie Kondo è una pazza scatenata perché è davvero convinta della filosofia del suo metodo e di quello che fa, da quello che scrive traspare tutto il suo entusiasmo e la sua passione per la sua attività e riesce a trasmetterlo benissimo al suo pubblico; ma anche perché, se ci ferma a una lettura superficiale e solo teorica del suo pensiero, quello che dice può sembrare completamente assurdo.
Dico poi, con un pizzico di simpatia, che avrei potuto (in parte) scrivere anche io quello che ha scritto lei perché mi sono ritrovata in alcuni pensieri della sua filosofia di riordino e perché effettivamente mettevo — metto — in pratica alcuni dei suoi consigli senza sapere che facessero parte del suo metodo (sono infatti, fin da piccola, una persona molto ordinata e precisa, e mi piace avere le cose al proprio posto).
Ma come mai mi sono ritrovata a leggere questi due manuali? A fine febbraio ho dato un esame sul quale mi sono concentrata per un mese e mezzo circa praticamente quasi tutti i giorni. Avendo avuto solo questo esame per la testa sono arrivata a trascurare l’ordine della mia camera ma, una volta libera, ho sentito la necessità di dare una bella riordinata al mio spazio per riflesso dare ordine anche a me stessa e riprendere il contatto con la realtà. In questa occasione mi sono venuti in mente i libri di Marie Kondo, che ho voluto provare a leggere prima di riordinare per ricavarne qualche spunto interessante da mettere in pratica.

Il metodo di Marie Kondo si basa su questa semplice affermazione: riordinare è magico. Non si tratta semplicemente dell’atto di spostare delle cose per rimetterle nella loro posizione originale, ma passare in rassegna tutto ciò che si possiede, rendersi conto se quell’oggetto ci rende felici o meno, tenerlo o disfarlo sulla base della risposta-sensazione che ci dà, e metterlo poi al proprio posto.
Letta così sembra una cosa senza senso, come ho scritto poco fa, ma dietro c’è una vera e propria filosofia che ha come risultato non solo avere una casa dall’aspetto gradevole, ordinato e organizzato, ma anche fare ordine nella propria vita mentre si fa ordine nello spazio che ci circonda e in cui siamo quotidianamente immersi.
È un metodo che si applica principalmente allo stile di vita giapponese: gli appartamenti sono piccoli e c’è bisogno di sfruttare lo spazio alla sua massima potenzialità cercando contemporaneamente di non finire sommersi da ciò che si possiede, inoltre la mentalità giapponese tende a stabilire un forte legame con gli oggetti che si possiedono dandogli un’anima, uno spirito. Cogliendo il senso profondo del metodo, lo si può applicare a qualsiasi stile di vita. Il mio consiglio, se siete interessati alla lettura dei due manuali, è andare oltre il semplice testo scritto e di leggere tra le righe, filtrarlo attraverso il proprio punto di vista e, perché no, applicarlo in base alle proprie necessità. Se questo metodo non fa presa su di voi, avrete comunque ampliato i vostri orizzonti attraverso l’approccio a una mentalità e a uno stile di vita diversi.
Ne Il magico potere del riordino Marie Kondo non entra nel dettaglio di come riordinare, si concentra maggiormente nello spiegare come è nato il suo metodo, la filosofia che c’è dietro, gli obiettivi che si è posta e i risultati che ha raggiunto. È un libro di stampo prettamente autoreferienziale, in cui la Kondo mette in rilievo quanto sia brava, quanto i suoi clienti siano rimasti soddisfatti, e i suoi successi. Da un punto di vista puramente di marketing ci sta, perché deve convincere le persone a leggere il suo libro e dimostrare che il suo metodo è valido e che funziona, ma non è quello che a me interessava leggere. Ci sono dei momenti in cui dà dei consigli pratici, ma sono piuttosto riduttivi e generali. Con 96 lezioni di felicità si entra invece nella pratica del riordino, ci sono dei veri e propri consigli da seguire e attuare. Ripete alcuni parti de Il magico potere del riordino, ma l’ho trovato decisamente più utile, completo ed efficace. Se volete mettere direttamente in pratica il metodo e avere una visione d’insieme della filosofia che c’è dietro, vi consiglio direttamente 96 consigli di felicità; al contrario, se siete più interessati alla storia del metodo e alla sua filosofia con un sommario apparato di consigli, potete rivolgervi a Il magico potere del riordino.

Nel video vi faccio vedere la mia scrivania, il luogo da cui vi scrivo, e la mia postazione di lettura, quando non leggo in treno e non è occupata da Molly Brown (che ha reclamato la sedia a dondolo come suo Trono di Spade), e il modo in cui ho reso piacevole l'ambiente attraverso piccoli oggetti, candele, piantine, quadri e fiori che mi mettono allegria e mi ispirano.
Non mi soffermo, oltre quanto già detto, ad illustrarvi il metodo di Marie Kondo per diversi motivi: a) trovo senza senso riassumere il contenuto dei manuali quando si possono leggere i manuali stessi, b) internet e in particolare youtube sono pieni, rispettivamente, di articoli e di video che esplicano il metodo nei minimi dettagli.
Mi piacerebbe però passare in rassegna alcuni punti che mi hanno colpito (perché condivido il pensiero che c’è alla base) o che mi hanno fatto riflettere (perché non ci avevo mai pensato prima o perché sono in disaccordo).
  • Marie Kondo consiglia di riordinare tutto e in una sola volta per evitare l’effetto boomerang, ovvero tornare ad avere una casa disordinata e disorganizzata. Questo però non significa fare tutto in un giorno solo ma compiere questa operazione in un unico momento, ovvero in un unico arco di tempo. Lei calcola che ci vogliono circa sei mesi non solo perché non è affatto semplice ed è un momento che rivoluzionerà per sempre la vita di una persona, ma perché ci sono determinati oggetti che finiscono in una zona grigia per cui c’è bisogno di tempo per capire se ci rendono felici o se possiamo lasciarli andare. D’altra parte, aggiungerei, gli impegni personali non si possono mollare (a meno che non si è in ferie o in un periodo di vacanza), quindi bisogna essere anche un attimo oggettivi e concreti.
  • Consiglia di buttare quanto più possibile, che non significa buttare via tutto. La chiave di lettura di questo consiglio è “selezionare solo ciò che ci regala un’emozione”, che ci permette di creare un’atmosfera piacevole e confortevole attorno a noi. Ed è più che giusto visto che la nostra casa o la nostra stanza deve essere il luogo su tutti che ci permetta di vivere in armonia e in serenità con noi stessi, e questo è possibile circondandosi di oggetti che ci procurano felicità, perché legati a ricordi o sensazioni positive.
  • Nell’operazione di riordino, si deve seguire un ordine preciso: vestiti - libri - carte - komono (oggetti misti) - ricordi. Non è un ordine casuale perché si parte dalla categoria che è più facile riordinare e selezionare, come i vestiti, per arrivare a quella più difficile, i ricordi. Seguendo questo ordine, si arriva alla categoria dei ricordi, verso i quali si è molto legati da un punto di vista affettivo, con una mentalità più chiara e consapevole e sarà più semplice capire quali tenere e quali ormai hanno svolto il loro scopo. Sono completamente d’accordo perché è un’operazione che ho sempre compiuto anche io, l’unica cosa è che per me i libri arrivano alla fine perché sono la categoria più difficile da riordinare!
  • La Kondo consiglia di riordinare casa in base a queste categorie e non in base alle stanze, semplicemente perché è più semplice raccogliere tutte le cose di quella categoria e analizzarle tutte insieme, e di mettere tutti gli oggetti di una stessa categoria nello stesso posto. Tralasciando il fatto che vivo con la mia famiglia e che quindi posso limitarmi al riordino solo nella mia stanza e per le cose che mi appartengono, l’idea di procedere per categorie e non per stanza mi appare confusionaria. Ma non ho avuto modo di provare, quindi rimane solo un’impressione personale. Appoggio invece in pieno il fatto di mettere oggetti della stessa categoria insieme (ad esempio, tutti gli oggetti di cartoleria insieme) perché così ci si rende subito conto di quello che si ha e in quale quantità ed è più facile ritrovarli.
  • Tirare fuori e radunare tutte le cose di una stessa categoria insieme permette di capire effettivamente quante cose si hanno di quella determinata categoria. Probabilmente vi verrà un colpo rendervi conto di quante cose simili/uguali si hanno, ma lo scopo è proprio questo, darvi uno scossone. Tirare fuori per capire, selezionare e poi rimettere in ordine è un’altra di quelle cose che di solito ho sempre messo in pratica.
  • È assolutamente vietato mandare le vostre cose a casa dei vostri genitori o donarle ai vostri famigliari o amici perché non è un modo di disfarsene, anzi le avrete sempre con voi in un modo o nell’altro e poi porterete l’ “accumulo” in casa di altre persone. Io mi permetterei di aggiungere di considerare bene l’oggetto del quale volete disfarvi: se può essere utile, allora donate a amici o famigliari e anche ad associazioni, farete del bene ad altri facendo contemporaneamente del bene a voi stessi. Potete considerare anche di rivenderlo, non tanto per ricavarne un profitto ma giusto quel poco che si può averne in cambio e per liberarvene.
  • Non si può imporre il riordino ad altre persone o ordinare arbitrariamente le cose degli altri, bisogna rispettare la volontà e la proprietà altrui. Questo è un punto che mi mette estremamente in difficoltà. Vorrei riordinare e riorganizzare tutta casa, ma vivendo con la mia famiglia non posso farlo (argh!). Però Marie Kondo instilla un po’ di positività dicendo che è possibile influenzare le altre persone e portarle al riordino vedendo gli effetti positivi che questa attività ha avuto su di noi. (Non sta succedendo.)
  • Il riordino è un’operazione da compiere in totale silenzio perché si sta intraprendendo un percorso che porterà a un cambiamento definito per la nostra vita. La musica o la televisione in sottofondo distraggono, e non distraggono solo perché si smette di riordinare per seguire quella canzone o quel programma: distraggono dal permetterci di entrare in contatto con noi stessi. Marie Kondo ricollega il silenzio alla meditazione buddista. E io sono completamente d’accordo perché il silenzio, quando riordino, mi permette di concentrarmi su me stessa e i miei pensieri, e penso veramente tanto su qualsiasi cosa anche in relazione all’oggetto che ho in mano.
  • Quando la casa è in ordine e alleggerita, anche l’aria sembra più leggera, fresca e pulita. Vero, verissimo! Soprattutto quando si toglie la polvere nei punti più alti, ahah. Però è vero: quando i cassetti, gli armadi, le dispense e i ripostigli sono tutti belli in ordine e organizzati, si percepisce dietro le ante chiuse.
Da come avrete ormai capito da tutto quello che ho scritto perché l'ho ripetuto innumerevoli volte, il metodo di Marie Kondo è un metodo il cui fine ultimo è quello di portare felicità, serenità e benessere nelle vita delle persone attraverso il circondarsi delle cose che si amano e che portano vibrazioni positive nella propria vita, che aiuta a far riprendere il contatto con se stessi e quindi a rendere più consapevoli dei propri bisogni, dei propri desideri, delle proprie aspirazioni e degli obiettivi che si vogliono raggiungere.
Riordinare è un’attività fisica e come tale stanca. È un po’ come quando si va in palestra e si arriva ad un certo punto del proprio percorso in cui, guardandocisi indietro, ci si sente sì stanchi, ma anche soddisfatti e con una più chiara percezione di se stessi.
Non so se alla fine dei conti è un metodo utile che effettivamente porta ad ottenere tutto quello che promette (tra cui mettere in ordine una volta e per sempre!), anche se le testimonianze dei clienti di Marie Kondo sono positive. Come ogni cosa è giusto provarci se provoca un minimo di interesse, soprattutto se siete “appassionati” di riordino. Da parte mia posso dire che condivido la filosofia che c’è alla base e che alcuni consigli pratici per mettere in ordine sono davvero ottimi.

• • • • 

Spero che questo post sia stato interessante da leggere e che vi abbia incuriosito sul magico potere del riordino, ahah. c: Fatemi sapere nei commenti se avete letto questi manuali, se condividete la filosofia che c’è alla base oppure no, e se avete provato a seguire il metodo e con quali risultati.
Il mese prossimo mi concentrerò nello specifico su come ho riordinato i libri, che è l’argomento che ci interessa trattare su un blog di libri. Spero di ritrovarvi! A presto.