martedì 27 marzo 2018

THE SHAPE OF WATER ♒︎ La forma dell'acqua di Guillermo del Toro

Ciao a tutti!
Il momento cinematografico del mese è arrivato e ho scelto di parlarvi di The Shape of Water di Guillermo del Toro. La storia di Eliza e della creatura marina è stata raccontata da Del Toro e Daniel Kraus anche nell’omonimo romanzo pubblicato in Italia dalla Tre60 — io non l’ho letto, quindi non so se si tratta della novellizzazione fedele del film o se aggiunge qualcosa di nuovo, quindi se voi l’avete letto e se avete visto il film fatemi sapere. E ovviamente fatemi sapere il vostro parere su questo film!


La forma dell’acqua
The Shape of Water di Guillermo del Toro

14 Febbraio 2018  123 minuti  DRAMMATICO, FANTASYSENTIMENTALE
A causa del suo mutismo, l'addetta alle pulizie Elisa (Sally Hawkins) si sente intrappolata in un mondo di silenzio e solitudine, specchiandosi negli sguardi degli altri si vede come un essere incompleto e difettoso, così vive la routine quotidiana senza grosse ambizioni o aspettative. Incaricate di ripulire un laboratorio segreto, Elisa e la collega Zelda (Octavia Spencer) si imbattono per caso in un pericoloso esperimento governativo: una creatura squamosa dall'aspetto umanoide, tenuta in una vasca sigillata piena d'aqua. Eliza si avvicina sempre di più al "mostro", costruendo con lui una tenera complicità che farà seriamente preoccupare i suoi superiori. 

My rolling thought
Se vi parlassi di questo, che cosa vi direi? Vi metterei solo in guardia su una storia di amore e perdita. E sul mostro che voleva distruggere ogni cosa.
Eliza, una donna che soffre di mutismo da quando era bambina a causa di un incidente, lavora come donna delle pulizie all’interno di un centro di ricerca sperimentale americano degli anni Sessanta. Durante uno dei suoi turni di lavoro notturni, entra in contatto con una strana creatura marina che gli scienziati hanno scoperto in Amazzonia e che stanno studiando. Pian piano tra Eliza e la creatura marina si sviluppa un rapporto molto forte che nel tempo si evolverà in qualcosa di più.
The Shape of Water è un film che aspettavo di vedere veramente, veramente tanto e per il quale avevo delle aspettative altissime (che non sono state deluse). Nonostante di Guillermo del Toro abbia visto e amato per motivi diversi Il labirinto del fauno e Crimson Peak, non mi sento di affermare che sia uno dei miei registi preferiti perché lo conosco poco, sento di dover vedere ancora altro di suo. Provo un grande apprezzamento nei suoi confronti, e la sua poetica e la sua estetica rientrano assolutamente nei miei gusti. Ciò che apprezzo maggiormente dei suoi film è la sua abilità di dar vita a storie che possono essere considerate fiabe per adulti in cui l’elemento fantastico sempre ricorrente si sovrappone a situazioni storiche e/o reali in modo molto elegante e sottile, e soprattutto plausibile.
The Shape of Water rientra in pieno in questo schema: il film si apre con una voce fuori campo che introduce la storia e i personaggi come se stesse raccontando una fiaba, e le prime immagini proposte riguardano scene e situazioni a metà tra sogno e realtà che mettono fin da subito in evidenza la componente fantastica e che fanno entrare immediatamente lo spettatore nell’atmosfera della storia. Ad entrare nel mood contribuisce anche la fotografia, una fotografia come sempre spettacolare, lirica e onirica, in cui i toni sono esclusivamente quelli del verde acqua e dell’azzurro che richiamano la creatura marina e le profondità delle acque.
Come tutte le fiabe, che non sono mai fine a se stesse ma che veicolano una morale attraverso i personaggi e i fatti narrati, anche la pellicola di Del Toro trasmettere agli spettatori un messaggio ben preciso, alla cui definizione concorre in particolare il periodo storico in cui è ambientata e la mentalità del tempo.
La storia è ambientata nell’America degli anni Sessanta, un dato che viene costantemente ricordato allo spettatore durante tutto il film attraverso programmi televisivi, giornali e altri mezzi di comunicazione. È un periodo storico in cui in America era forte il razzismo, l’omofobia, la xenofobia (in poche parole la paura del diverso) e il sessismo, il tutto amplificato dalla Guerra Fredda. Proponendo in questo contesto la storia di una donna affetta da mutismo e di una creatura marina che si innamorano, il messaggio che vuole lanciare Del Toro è chiarissimo.


The Shape of Water è un film in cui il diverso è sempre al centro. Questa condizione non riguarda esclusivamente la creatura marina ma si estende a più personaggi, a partire dalla stessa Eliza, che per la sua impossibilità di parlare e per il suo essere donna viene considerata inferiore. Condividono con lei questa condizione anche Zelda, l’amica di colore di Eliza che permette di affrontare la questione del razzismo, e Giles, il suo vecchio vicino che permette di porre l’accento sull’omofobia. Fino ad arrivare al diverso per eccellenza che è rappresentato dalla creatura marina, una diversità che si rende subito palese da un punto di vista esteriore.
In poche parole, il film ha come personaggi centrali tutte quelle persone che la società tende a emarginare e a escludere perché si ferma all’apparenza invece di considerare la sostanza delle persone, un atteggiamento incarnato perfettamente dal personaggio antagonista di questa storia: Richard Strickland. Il colonnello Strickland rappresenta in pieno l’America degli anni Sessanta, violenta e razzista, e la sua posizione privilegiata e di comando gli permette di punire tutti coloro che non rientrano nello standard socialmente accettato.
Alla fine Del Toro propone il più tipico rovesciamento dei ruoli che possa esserci: il mostro non è la creatura marina, bensì un essere umano che minaccia i suoi stessi simili.
Nonostante tutti questi miei elogi e il fatto che lo reputi un bellissimo film che ha meritato in pieno i suoi Oscar, ho avvertito la mancanza di *quel* qualcosa in più che non mi ha permesso di apprezzarlo del tutto e di considerarlo un film memorabile (come invece mi è successo con Il labirinto del fauno).
The Shape of Water, un film a metà tra sogno e realtà che racconta una bella storia e che veicola un messaggio molto importante, è un inno al diverso e all’unione tra le persone. Seppur sia ambientato in un periodo ben preciso del passato e con una determinata situazione politica e sociale, convoglia un messaggio sempre attuale e utile soprattutto nella nostra epoca: andare oltre quello che vedono semplicemente gli occhi per scoprire veramente qual è la forma di una persona.

★★★½
Awesome! :D

venerdì 23 marzo 2018

RECENSIONE: Il castello errante di Howl di Diana Wynne Jones

Ciao a tutti!
Oggi sono super-contenta perché vi parlo di un libro che ho letto la settimana scorsa che ho amato tantissimo, tratto da un film d'animazione che adoro allo stesso modo: Il castello errante di Howl. Primo libro della trilogia scritta da Diana Wynne Jones, non mi ha deluso nel modo più assoluto considerando il mio amore per la versione dello Studio Ghibli, che se ne distacca in diversi punti ma che non ne esce sconfitto nel confronto.
Mi raccomando, fatemi sapere se avete letto questo libro e gli altri della serie, se avete visto il film d'animazione e se vi è piaciuto, cosa ne pensate del libro vs il film. c:


Il castello errante di Howl
Howl’s Moving Castle di Diana Wynne Jones

Kappalab  18 Aprile 2013  245 pagine  15,00 €  ITA
La giovane Sophie vive a Market Chipping, nel lontano e bizzarro paese di Ingary, un posto dove può succedere di tutto, specialmente quando la Strega delle Terre Desolate perde la pazienza. Sophie sogna di vivere una grande avventura, ma da quando le sorelle se ne sono andate di casa e lei è rimasta sola a lavorare nel negozio di cappelli del padre, le sue giornate trascorrono ancor più tranquille e monotone. Finché un giorno la perfida strega, per niente soddisfatta dei cappelli che Sophie le propone, trasforma la ragazza in una vecchia. Allora anche Sophie è costretta a partire, e ad affrontare un viaggio che la porterà a stipulare un patto col Mago Howl, a entrare nel suo castello sempre in movimento, a domare un demone, e infine a opporsi alla perfida Strega.

My rolling thought
Sophie era la più studiosa delle tre e passava buona parte del suo tempo a leggere. Così presto si rese conto che avrebbe avuto poche opportunità di vivere un interessante futuro.
La giovane Sophie vive a Market Chipping, città nel paese di Ingary. In quanto prima di tre sorelle sente gravare su di sé la “sfortuna della primogenita”, ovvero colei che non vivrà mai avventure straordinarie e fantastiche e che in futuro dovrà portare avanti l’attività di famiglia, il negozio di cappelli del padre. L’improvvisa morte dell’uomo catapulta Sophie prima del tempo nel negozio a realizzare cappelli, e la destina a una vita piatta e priva di stimoli. La sua vita procede in questo modo fino a quando, un giorno, la Strega delle Terre Desolate la maledice facendola invecchiare per non aver trovato un cappello di suo gusto. Sophie, ormai irriconoscibile, per non essere di peso agli altri decide di lasciare la città e di mettersi in viaggio per trovare un posto adatto a lei. Durante il suo cammino si imbatte nel castello errante del mago Howl, un potente stregone che ha la fama di divorare il cuore delle fanciulle che si innamorano di lui. Sophie decide di entrare e di farsi assumere come domestica, e questo decreterà l’inizio delle sue avventure.
Il castello errante di Howl è un romanzo dalle mille sfaccettature che può essere letto su diversi piani e da molteplici punti di vista: come un romanzo di avventura, come un romanzo fantasy, come un romanzo di formazione, come un omaggio ai grandi cicli cavallereschi, come un romanzo di magia, come una fiaba.
È un testo molto profondo che riesce a toccare tematiche importanti come la vecchiaia, la solitudine, il valore della bellezza, le convinzioni sulla propria vita che si consolidano nel corso del tempo in base a valutazioni e considerazioni personali, e la consapevolezza di se stessi, veicolando in modo molto discreto messaggi di un certo spessore e di qualità.
Sophie è un personaggio estremamente intelligente, condizione che la porta all’autocommiserazione continua e ad essere brutalmente realista e pragmatica. Nonostante sia vittima della maledizione della Strega, si trova benissimo a vestire i panni di una vecchia non solo perché ha sempre svolto il ruolo di sorella maggiore con il destino già segnato ma perché dentro si è sempre sentita come tale. Questo evento così significativo che mette in moto la trama del romanzo per lei non ha nel modo più assoluto alcun valore, non ne rimane sconvolta o turbata, non va nel panico ma accetta la sua nuova condizione con lo stoicismo con il quale ha sempre affrontato la sua vita. La vecchiaia, che ha sempre fatto parte di lei interiormente e che ora si è mostrata anche esteriormente, le permette di essere più coraggiosa (perché non ha più nulla da perdere essendo arrivata ad una fase della vita più vicina alla fine) e di ricercare legami con le altre persone (spinta inizialmente per motivi legati alla sopravvivenza personale), di cambiare la sua vita.
Il personaggio più interessante del romanzo e altrettanto enigmatico è sicuramente Howl. Pur non essendo sempre presente, si fa comunque sentire e domina all’interno del libro: è pigro, scansafatiche, codardo, ipocondriaco e particolarmente vanitoso — infatti il bagno del suo castello è pieno di cosmetici. È un bel tipino, in poche parole, ma è impossibile non rimanerne affascinati.
La solitudine è una condizione che accompagna quasi tutti i personaggi di questa storia: la stessa Sophie, che perde i genitori, viene allontanata dalle sorelle per cause di forza maggiore e si mette in viaggio da sola, e che durante tutta la storia parla con oggetti inanimati (come i cappelli che realizza e i fiori che vende in negozio) in cerca di un po’ di conforto e comprensione; Howl, che si rinchiude per ore e ore in bagno e che sembra non avere nessun legame e nessuna famiglia; Michael, l’apprendista che Howl ha preso con sé perché senza famiglia e senza un posto dove andare; e Calcifer, il demone che muove il castello che non può spostarsi dal posto in cui si trova e che ricerca costantemente compagnia per sfuggire alla noia. Tutti loro, privati dei legami e senza legami tra di loro, si riuniscono nel castello per i più disparati motivi e danno vita a un piccolo, strambo universo nel quale si trovano a interagire e avere a che fare l’uno con l’altro.
Inoltre tutti i personaggi condividono anche la convinzione di essere predestinati a qualcosa, come Sophie, che è convinta che non le accadrà mai nulla di entusiasmante, e Howl, che confesserà di essere destinato a non incontrare mai il vero amore.
L’ambientazione è molto generica e da tipico romanzo fantasy: ci sono re, principesse e cavalieri, maghi, streghe e stregoni; la magia esiste, può essere praticata da chiunque mostri delle inclinazioni verso di essa ed è accettata dalla popolazione, che richiede talismani, filtri e pozionoi. La maggior parte della storia è ambientata all'interno del castello mobile, disordinato e polveroso, ingombro degli oggetti più disparati che Howl compra senza un motivo ben preciso e in cui trovano dimora anche i ragni. Il castello è sicuramente l’elemento più curioso del romanzo: si muove continuamente grazie a Calcifer e può aprirsi su diversi paesi girando un pomello. Può essere considerato come una sorta di metafora dell'interiorità di Howl: lasciata a se stessa, trasandata rispetto all'aspetto esteriore e in perenne fuga.
Il castello errante di Howl è un romanzo ricco di avventure, colpi di scena, intrecci e amore quanto basta. La trama è gestita magnificamente dall’autrice perché tutti gli eventi, i personaggi e gli elementi che sembrano buttati a caso nella storia hanno la loro funzione e tornano costantemente per tutto il romanzo. Inoltre si legge molto velocemente perché le vicende sono coinvolgenti e accattivanti e i personaggi sono fantastici, i battibecchi di Sophie e Howl portano la giusta dose di leggerezza in una storia intricata e con tematiche di un certo rilievo.
Se avete visto il film d’animazione dello Studio Ghibli, vi consiglio di leggere anche il romanzo della Jones perché non ne rimarrete delusi; se non conoscete né romanzo né film d’animazione, dovete rimediare assolutamente.

★★★★
Wonderful. *^*

martedì 20 marzo 2018

L'ARTE NEI LIBRI: La ragazza con l'orecchino di perla di Tracy Chevalier

Ciao a tutti!
Oggi (con un po' d'ansia) vi presento una nuova rubrica che spero possa incontrare il vostro interesse e il vostro favore. Ci penso da tantissimo tempo ma prima d'ora non ero riuscita a trovare un modo soddisfacente per strutturarla e per non presentarvela come una recensione sotto mentite spoglie o una lezioncina. Non sono ancora molto sicura, quindi prendiamo questo post come un esperimento — per favore, fatemi sapere cosa ne pensate!
Le motivazioni che mi hanno spinto ad iniziare una rubrica di questo genere è che volevo portare un altro dei miei interessi qui sul blog, ovvero l'arte (che amo e odio come chi può amare profondamente e odiare profondamente qualcosa verso la quale è appassionato e che si ritrova a studiarla!), ma essendo un blog che parla di libri era necessario trovare l'aggancio giusto. Direi che di libri che parlano di arte ce ne sono, quindi eccomi qui ad esprimere le mie riflessioni sulle storie che parlano di arte facendo riferimento alle mie conoscenze e ai miei studi, sperando di farvi conoscere qualcosa di nuovo e di farvi cogliere nuove sfumature.


La ragazza con l’orecchino di perla
Girl with a Pearl Earring di Tracy Chevalier

Neri Pozza  1 Dicembre 2000  237 pagine  15,00 €  ITA
Delft, Olanda, XVII secolo. La vita scorre tranquilla nella prospera città olandese: ricchi e poveri, cattolici e protestanti, signori e servi, ognuno è al suo posto in un perfetto ordine sociale. Così, quando viene assunta come domestica in casa del celebre pittore Johannes Vermeer, Griet, una bella ragazza di sedici anni, riceve con precisione il suo compito: dovrà accudire con premura i sei figli dell'artista, non urtare la suscettibilità della scaltra suocera e, soprattutto, non irritare la sensuale, irrequieta, moglie del pittore e la sua gelosa domestica privata. Inesorabilmente, però, le cose andranno in modo diverso... Griet e Johannes Vermeer, divideranno complicità e sentimenti, tensione e inganni.
— — —
Il quadro era diverso da tutti gli altri. C'ero solo io, a mezzo busto, senza tavolini o tende, finestre o piumini per la cipria ad ammorbidire o distrarre. Mi aveva dipinto con i miei grandi occhi, la luce che mi inondava il viso lasciandone però in ombra il lato sinistro. Ero vestita di azzurro, giallo e nocciola. La stoffa arrotolata intorno alla testa mi faceva apparire diversa, come la Griet di un'altra città, addirittura di un altro paese. Lo sfondo era nero e dava l'impressione ch'io fossi estremamente sola, sebbene i miei occhi fossero senza alcun dubbio puntati su qualcuno. Sembrava che stessi aspettando qualcosa, convinta però che non sarebbe mai accaduta.
La Ragazza con l’orecchino di perla (o Ragazza con turbante) è uno dei dipinti più famosi di Jan Vermeer (1632-1675). Gli storici dell’arte si sono interrogati e continuano ad interrogarsi su chi sia la modella del quadro, se sia esistita veramente o se è solamente un ritratto idealizzato. Nel primo caso è stato ipotizzato che possa essere stata una delle figlie dello stesso Vermeer, altrimenti una delle tante giovani modelle che posavano per lui nel suo studio.
Tracy Chevalier respinge la tesi che la ragazza del dipinto sia una delle figlie di Vermeer (anche se, con molta astuzia, nel suo romanzo accenna a un secondo ritratto con la stessa posa eseguito successivamente per il quale si è prestata una delle sue figlie) perché ritiene che il suo non sia lo sguardo che una figlia riserva al padre, uno sguardo di amore filiale, bensì uno sguardo la cui intensità trasmette ben altro: amore, passione e seduzione (FONTE).
La Chevalier quindi immagina la storia di Griet, una ragazza olandese di sedici anni che, per aiutare economicamente la famiglia caduta in disgrazia, prende servizio in casa dei Vermeer come domestica.

Una donna davanti a un tavolo, rivolta verso uno specchio appeso al muro, così da mostrarsi di profilo. Indossava una casacca di satin giallo sgargiante orlata di ermellino bianco, e nei capelli aveva un nastro rosso alla moda, con cinque punte. Le illuminava il volto la luce proveniente da una finestra a sinistra, che metteva in evidenza la curva delicata della fronte e del naso. Si stava annodando intorno al collo un filo di perle, di cui reggeva in alto i nastri, le mani sospese a mezz'aria. Tutta presa dalla propria immagine nello specchio, sembrava non rendersi nemmeno conto che qualcuno la stava osservando. Sullo sfondo - una parete di un bianco abbacinante - era appesa una vecchia carta geografica, e dal buio del primo piano emergeva un tavolo su cui giacevano la lettera, il piumino da cipria e gli altri oggetti sotto cui avevo già spolverato.
Prima che Vermeer realizzi la Ragazza con l’orecchino di perla, nel romanzo vengono presentate altre opere del pittore la cui esecuzione Griet può seguire passo passo proprio perché uno dei suoi compiti è quello di spolverare lo studio di Jan.
Jan Vermeer si era specializzato nelle scene di interni. Sceglieva sempre gli stessi ambienti, sicuramente le stanze della sua casa e in particolare del suo studio, e li arredava con mobili e suppellettili della sua famiglia, ricorrendo anche agli abiti e ai gioielli della moglie Catharina (come la casacca gialla bordata di ermellino). Le uniche protagoniste di queste scene domestiche sono discrete presenze umane, per lo più giovani donne intente in semplici attività come la lettura, la musica o la conversazione con un gentiluomo o una fantesca.
Nella Donna con collana di perle vediamo infatti una giovane donna intenta ad adornarsi dall’elegante profilo sorridente, che dimostra l’attenzione del pittore verso la caratterizzazione psicologica sia delle sue modelle che dei suoi soggetti.

Il viso è girato verso chi guarda il quadro, ma il suo sguardo è diretto fuori dalla finestra, in basso alla sua sinistra. Indossa un corpetto aderente giallo e nero, di seta e velluto, una gonna blu e una cuffia bianca con le falde che le ricadono ai lati, più in giù del mento. Se la guardi a lungo, ti accorgi che il pittore non ha usato il bianco per dipingerla, ma l'azzurro, il viola e il giallo. E’ resa con diversi colori, ma quando la guardi ti sembra bianca. Ha una mano su una brocca di peltro che si trova su un tavolo e con l'altra ha appena finito di aprire un po' una finestra. Sta per sollevare la brocca e versare l'acqua, ma si è fermata a metà del gesto, come trasognata o intenta a guardare qualcosa nella strada.
Prima di prendere servizio in casa Vermeer, Griet viene presentata mentre sta disponendo delle verdure su di un piatto separandole e accostandole secondo il loro colore. Tracy Chevalier ha voluto caratterizzare la ragazza con una predisposizione naturale verso l’arte. Vermeer si accorge delle sue inclinazioni, quindi inizia ad interrogarla sulla natura dei colori, le mostra il funzionamento della camera oscura e le fa svolgere piccole commissioni che prima svolgeva esclusivamente lui stesso come recarsi dallo speziale per comprare i colori, fino a quando arriva ad “assumerla” come sua aiutante personale in gran segreto dalla moglie.
La realizzazione della Donna che scrive una lettera, che la Chevalier fa passare per il ritratto della moglie di Pieter van Rujiven, rappresenta uno dei momenti in cui Griet può mettere in opera le sue doti naturali: non convinta della scena troppo ordinata, capisce che all’interno del dipinto deve esserci almeno un elemento in disordine per renderlo più armonico e quindi sposta la stoffa sul tavolo per metterla in linea con la piega del braccio della donna.
Nel film viene utilizzato un altro dipinto, quello della Donna con brocca d’acqua, in cui originariamente sulla sinistra compariva una sedia fatta poi sparire da Vermeer (che era solito ai ripensamenti), appunto per opera di Griet nella rielaborazione cinematografica. Si parla dell’esecuzione di questo dipinto anche nel libro come commissione di un lattaio, a testimonianza del fatto che nell’Olanda del Seicento era venuta meno la grande committenza principesca ed ecclesiastica e che le opere d’arte potevano essere commissionate anche da artigiani e commercianti.

C'è una giovane seduta a un clavicembalo, in atto di suonare. Indossa un corsetto giallo e nero — lo stesso che indossava la figlia del panettiere quando posava per il suo ritratto — una gonna di satin bianco e nastri bianchi nei capelli. In piedi, giusto nell'incavo del clavicembalo, c'è un'altra donna che canta con un foglio di musica in mano. Indossa una casacchina bordata di pelliccia, sopra un vestito azzurro. In primo piano, davanti a questa donna, c'è un uomo seduto di spalle… Sì, proprio Van Ruijven. Ma di lui si vedono solo le spalle, i capelli e una mano sulla tastiera di un liuto. L'ha messo di schiena, per non far vedere che non è nemmeno capace di tenerlo come si deve.
Venuta meno la committenza d’élite, si diffonde il collezionismo privato da parte delle grandi famiglie: Pieter van Rujiven e la moglie furono i mecenati di Vermeer e i suoi principali clienti.
La Chevalier descrive van Rujiven come un uomo viscido e meschino che, invaghitosi di Griet, comunica a Vermeer l’intenzione di voler farsi fare un ritratto di gruppo con la ragazza. Vermeer e Maria Thins, suocera di Vermeer, riescono a dissuaderlo dal ritratto di gruppo con Griet ma in cambio Vermeer dovrà ritrarre la ragazza da sola per il piacere personale di van Rujiven. I due quadri che nel romanzo Tracy Chevalier fa risalire alla richiesta di van Rujiven sono il Concerto a tre e la Ragazza con l’orecchino di perla.

Scelsi un pezzo di stoffa marrone e andai nel ripostiglio, dove c'era uno specchio. Mi tolsi la cuffia e mi avvolsi la stoffa meglio che potei intorno al capo, controllando il quadro per cercare di imitare il copricapo della vecchia. Assunsi un aspetto davvero particolare. Legai la striscia azzurra, sulla fronte, e la striscia gialla la girai più volte a coprire la sommità del capo. Infilai l'estremità in una piega di lato, sistemai meglio una piega qua e una là, mi spianai bene la stoffa azzurra sulla fronte e rientrai nello studio.
La Ragazza con l’orecchino di perla appartiene al genere del tronie, ovvero un dipinto che raffigura un volto umano per i più diversi scopi: studiarne la posa, l’espressione, il movimento; raffigurare soggetti comuni; esprimere lo status sociale di un committente attraverso un particolare tipo di abbigliamento o gioiello. Nell’Olanda del Seicento era un genere che ebbe grande diffusione, spesso non venivano realizzati sotto commissione ma eseguiti e venduti semplicemente sul mercato. Alcuni tronie facevano parte della collezione privata di van Rujiven.
Nel romanzo, il momento in cui Vermeer ritrae Griet rappresenta l’apice della loro “silenziosa relazione amorosa” ed è una delle parti più belle e coinvolgenti.

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La ragazza con l’orecchino di perla è, ovviamente, una versione romanzata della storia del dipinto e del suo autore, resa possibile perché esistono pochissimi documenti e fonti che registrano la vita e le opere di Jan Vermeer. Questo viene sfruttato dalla Chevalier per offrire il ritratto di un Vermeer taciturno e riservato, che si prende il suo tempo nella realizzazione delle sue opere per renderle perfette nonostante la sua numerosa famiglia (di ben quattordici figli!) viva in ristrettezze economiche; e quello di una Griet che da ragazzina diventa donna, che riesce ad evadere grazie a Vermeer dalla sua realtà fatta di obblighi verso e di imposizioni dalla sua famiglia.
Mi è piaciuto molto leggere l’interpretazione che Tracy Chevalier ha dato all’opera e la storia che ci ha immaginato dietro: è una storia suggestiva e molto potente dal punto di vista dell’attrazione che può esserci tra due persone che non si toccano fisicamente ma si sfiorano l’anima. Eppure ci ha messo un po’ a catturarmi, per tutta la prima parte non è scattata nessuna scintilla; e nel momento in cui è successo, poi è finito tutto troppo in fretta. Il finale inizialmente l’ho odiato, pensavo che il libro fosse un inno alla libertà e al coraggio, invece si è limitato ad andare verso la punta della stella più facile. Ripensandoci meglio, però, è un finale molto realistico e concreto, visto che il romanzo si presenta come storico e che, appunto, vuole dipingere uno spaccato della società Olandese del XVII secolo.

★★★½
Good. :)


© Le immagini delle opere sono state reperite sul web e i diritti appartengono ai legittimi proprietari.

venerdì 16 marzo 2018

RECENSIONE: I giorni felici di Juniper Lemon di Julie Israel

Ciao a tutti!
Il mese scorso ho letto I giorni felici di Juniper Lemon, un romanzo fresco, carino e positivo che parla di perdita e dolore, e che mi ha ricordato le trame di due romanzi di Alyson Nöel e Jandi Nelson. Ve ne parlo oggi con piacere, anche se non sono riuscita a scrivere più di quello che ho scritto perché è già un romanzo di per sé brevino e con uno sviluppo intuibile fin dall'inizio.


I giorni felici di Juniper Lemon
Juniper Lemon’s Happiness Index di Julie Israel

Mondadori  6 Febbraio 2018  330 pagine  18,00 €  ITA
Sono trascorsi ormai 65 giorni dall’incidente che ha letteralmente sbriciolato il mondo di Juniper. Senza Camie, la sua adorata sorella maggiore, la vita è diventata all’improvviso un luogo freddo e buio. Questo almeno fino a quando non trova per caso una lettera scritta dalla sorella proprio il giorno dell’incidente e indirizzata a un misterioso “Tu”, un innamorato segreto con cui Camie aveva intenzione di rompere e di cui lei ignorava l’esistenza. Impaziente di scoprirne l’identità, Juniper inizia a indagare. Forse, pensa, se riuscirà a trovarlo e a consegnargli il messaggio, quel vuoto enorme che avverte dentro potrebbe attenuarsi almeno un po’… In quegli stessi giorni, però, Juniper perde qualcos’altro che le sta particolarmente a cuore, uno dei cartoncini del suo speciale schedario della felicità sui quali annota gli aspetti positivi e negativi delle sue giornate, un rito quotidiano che l’ha aiutata a tenere insieme i pezzi della sua vita da quando Camie è morta. Senza quel biglietto – che contiene oltretutto un suo segreto inconfessabile – si è creato un vuoto. Un altro, che si somma a quello lasciato dalla scomparsa della sorella. La vita e la felicità, però, sono per natura imprevedibili e, mentre è impegnata nella sua doppia ricerca, Juniper finisce per scoprire segreti e profondi motivi di infelicità di alcuni dei suoi compagni di classe. A quel punto, si lancia in una nuova missione: rendere meno disperata e solitaria la vita di quei suoi compagni, finendo così per curare, di riflesso, la propria, di infelicità.

My rolling thought

Vuoti. 
Una sorella.
Un biglietto a righe. 
Un innamorato in una lettera. 
Una notte in bianco, un blackout: 
le ore che non riesco a ricordare.

Juniper ha perso l’adorata sorella Camie in un incidente stradale durante l’estate. Da quel giorno ne sono passati altri 65 e Juniper sta cercando di tenere insieme i pezzi di se stessa che è riuscita a raccogliere e di vivere all’interno di una famiglia i cui membri stanno ancora soffrendo. Per convivere con il dolore e la perdita, ogni giorno tira fuori il suo schedario e annota su dei bigliettini il suo livello di felicità. Alcuni giorni va meglio di altri, ma tra - e + riuscirà ad affrontare il passato per tornare a vivere nel presente, soprattutto dopo aver perso il biglietto n. 65 che contiene un segreto che nessun altro deve scoprire e aver trovato una lettera di Camie prima dell’incidente mai ricevuta dal destinatario anonimo.
I giorni felici di Juniper Lemon di Julie Israel è un romanzo che si colloca sulla scia di Segreti & Sorelle di Alyson Nöel e di The Sky is Everywhere di Jandi Nelson, in cui protagoniste sono delle sorelle minori che devono affrontare l’improvvisa perdita delle proprie sorelle maggiori e avere a che fare con tutto ciò che questi eventi del tutto improvvisi e inaspettati comportano: non solo perdita, vuoto e dolore, ma anche un forte senso di smarrimento per aver perso il proprio punto di riferimento e di inadeguatezza perché non saranno mai perfette e amate e ammirate da tutti come lo sono state loro.
Ho trovato il lavoro di Julie Israel non così intenso come quello di Jandi Nelson, che è davvero un piccolo gioiello superato solo dal fratello I'll Give You The Sun, ma è stata una lettura ottimista e scaldacuore, che poi è quello che conta di più in storie del genere (ed è anche il motivo che mi ha spinto a leggerlo, ovvero il voler avere a che fare con una storia semplice, carina e positiva di crescita).
Juniper è una ragazza molto buona e altruista, ma queste sue qualità sono come le due facce di una medaglia: se da una parte, una volta tornata a scuola, la portano a relazionarsi con diverse persone con le quali non aveva mai interagito prima, dall’altra il suo rendersi utile, il voler a tutti i costi risolvere i problemi degli altri per non pensare al suo dolore, le causerà non pochi scontri con queste stesse persone.
Julie Israel affronta la perdita e il dolore da due prospettive diverse: da chi ne è dentro, come Juniper e i suoi genitori, e da chi ne è fuori, come gli amici di Juniper.
Seguendo il percorso di crescita di Juniper, molto spazio è dato al suo personaggio e al modo in cui affronta questi sentimenti schiaccianti e oppressivi. L’arte è la sua forma di espressione, il mezzo attraverso il quale riesce poco alla volta a metabolizzare l’accaduto e ad avere uno sguardo più lucido verso chi e cosa la circonda.
È stato un vero peccato che la Israel non si sia soffermata troppo sulle questioni interfamigliari: ne viene fuori solo un quadro sommario, in cui i tre membri sono ancora molto fragili e non vogliono avere a che fare l’uno con l’altro, preferendo rintanarsi nel loro bozzolo di tristezza e disperazione (soprattutto la madre).
Gli amici di Juniper sono invece dei personaggi meravigliosi: è come se avessero costruito una rete per sostenerla e appoggiarla, per non abbandonarla e per esserci in qualunque situazione. L’unica eccezione è la migliore amica di Juniper, che si allontanerà da lei per motivi che saranno chiariti alla fine.
Camille, pur non essendo fisicamente presente, è una presenza costante nel romanzo attraverso i ricordi i Juniper, che danno un tono tenero/triste alla storia.
Oltre al senso di vuoto e di perdita, Julie Israel tratta anche di altre tematiche come il bullismo, la violenza, l’asocialità e l’omosessualità, e dà una sfumatura di mistero al tutto con la lettera senza destinatario che Camie ha lasciato dietro di sé.
Il risultato è un romanzo gradevole e leggero, che si legge con piacere grazie allo stile fresco dell’autrice e al personaggio positivo di Juniper.

★★★☆☆
Good. :)

martedì 13 marzo 2018

The Earl and the Fairy di Mizue Tani & Ayuko

Ciao a tutti!
Torniamo a parlare di manga e lo facciamo insieme a The Earl and the Fairy, mini-serie in quattro volumi di cui ai tempi avevo letto solo il primo volume e di cui conservavo un buon ricordo. Nei giorni scorsi l'ho ripresa in mano e l'ho terminata, e questo è il mio pensiero a riguardo.


The Earl and the Fairy
Hakushaku to Yousei di Mizue Tani & Ayuko

Flashbook  2012  4 volumi  5,90 €  ITA
Capelli rosso rame, occhi verde acqua: molte ragazze pagherebbero per poter essere così, eppure Lydia Carlton, diciassettenne inglese di epoca vittoriana, si vede sbagliata, inadeguata, forse a causa di un complesso nei confronti della madre scomparsa, una donna la cui incomparabile bellezza è rimasta impressa nelle menti e nei ricordi di chiunque l’avesse incontrata… Turbe adolescenziali a parte, Lydia conduce un’esistenza tutt'altro che ordinaria come “fairy doctor”: sfruttando il suo dono innato di poter vedere le creature magiche e comunicare con loro, si adopera per aiutarle a risolvere i loro problemi preservando la pace e l’equilibrio fra il loro mondo e quello degli umani. Quando s’imbarca in una nave diretta a Londra, per andare a far visita al padre, Lydia s’imbatte, fortuitamente quanto rocambolescamente, nel bell’Edgar Ashenbert, fascinoso individuo che, rivelatole di essere il legittimo discendente del leggendario “Cavaliere Blu”, chiede la sua collaborazione nella ricerca di una preziosa spada trafugata alla sua famiglia, fantomatico monile che gli permetterebbe di vedere finalmente riconosciuta la sua appartenenza alla stirpe del Cavaliere Blu. Messa alle strette, Lydia finisce per accettare. Ma siamo sicuri che lui gliela stia raccontando giusta…?

My rolling thought
Anche se non le puoi vedere, le fate ci sono.
The Earl and the Fairy è uno shoujo fantasy ambientato in epoca vittoriana completo in quattro volumi scritto da Mizue Tani e disegnato da Ayuko, tratto da una light novel composta da trentatré volumi di cui riadatta solo la parta iniziale e da cui è stato tratto anche un anime composto da dodici episodi.
Lydia è una fairy doctor, una delle poche persone rimaste con la capacità di vedere le creature fatate che vivono nel nostro mondo. Ha ereditato questa capacità dalla madre defunta, verso la quale prova un sentimento di amore e ammirazione molto profondo, motivo per il quale ha deciso di seguire le sue orme e di mettere a disposizione degli esseri umani le sue conoscenze e le sue capacità diplomatiche per risolvere i problemi con il piccolo popolo. Peccato però che nel piccolo paesino della Scozia in cui vive da sola la gente la consideri solo una ragazza un po’ eccentrica. Durante il suo viaggio verso Londra per andare a trovare suo padre, professore di Storia Naturale, viene rapita da un gruppo di uomini e successivamente portata in salvo da Edgar Ashenbert, che la ingaggia come fairy doctor per ritrovare la spada sacra del Cavaliere Blu, nominato all’epoca di Edoardo I protettore delle fate.
I primi due volumi di questa mini-serie si concentrano nel racconto della caccia al tesoro di Lydia e di Edgar, accompagnati dai due fedeli amici-servitori di lui Raven ed Ermine e con alle calcagna i loro nemici.
Gli altri due aprono un secondo arco narrativo che inizia subito dopo la conclusione del primo: Lydia è a Londra e lavora a tempo pieno come fairy doctor di Edgar, il primo incarico che ottiene è quello di ritrovare Doris, la figlia scomparsa del defunto barone Warpool che si pensa sia stata rapita dall’uomo delle nebbie.


Onestamente sono rimasta un po’ delusa da questa mini-serie.
La base di partenza della storia (esseri fatati e eventi misteriosi) è interessante e il periodo storico preso in considerazione (l’età vittoriana) si presta molto bene a questo tipo di contenuto, l’ambientazione è accattivante e resa magnificamente (Regno delle fate e Londra), e i personaggi hanno tantissimo potenziale… ma la storia? Poteva essere una bellissima storia ma è stata gestita male, per me è un’occasione sprecata. Non è stata una lettura scorrevole, si evolve troppo rapidamente (soprattutto la prima parte) ed è stato complicato seguire tutti i misteri e le incomprensioni che alla fine lasciano più domande che risposte (soprattutto la seconda parte).
Si potrebbe in qualche modo giustificare facendo riferimento al fatto che questa mini-serie manga riadatta solo l’inizio della relativa light novel, quindi magari sono stati fatti dei tagli e la light novel è più precisa nel raccontare lo svolgersi degli eventi e più profonda nella caratterizzazione e nello sviluppo dei personaggi, ma rimane il fatto che non capisco perché fermarsi all’inizio e non proseguire nel riadattamento.
Personalmente avrei comunque proseguito nella lettura perché, difetti a parte, è una serie carina e godibile. La prima parte mi è piaciuta molto, più della seconda, perché è improntata maggiormente sul fantasy e si sente più forte la presenza e il peso delle creature fatate; la seconda vede sempre il coinvolgimento di esseri fatati, ma si concentra maggiormente sugli intrighi e sul desiderio di vendetta che ruotano attorno al passato di Edgar. Adesso rimarrò a vita con il desiderio di voler continuare a leggere questa storia con la consapevolezza di non poterlo fare (facendo ricerche in rete mi sono imbattuta in immagini decisamente eloquenti sul futuro di Lydia ed Edgar).
Anche i personaggi non sono stati resi al massimo. Più nello specifico, Lydia ed Edgar sono due personaggi stereotipati: lei è la tipica ragazza ingenua e credulona ma dal grande cuore; lui è il tipico spaccone che poi dimostra di avere anche un cuore, ma nel frattempo non sai se prenderlo sul serio oppure no. Raven ed Ermine invece sono i due personaggi più interessanti, hanno tantissimo potenziale e una psicologia che, se esplorata, poteva dare dei risvolti interessanti alla storia, invece sono stati sfruttati solamente per dare una giustificazione alle azioni di Edgar.
Il mio personaggio preferito in assoluto rimane Nico. Nico è uno spirito fatato che assume le sembianze di un gatto che (anche se non lo ammetterebbe mai) ricopre il ruolo di protettore di Lydia. È uno spirito-gatto estremamente esigente, sarcastico e dai modi aristocratici, le parti in cui c’è anche lui sono le più memorabili del fumetto.
Il disegno è limpido e arioso, si mantiene molto generale senza soffermarsi sui particolari ma trasmette un senso di morbidezza molto piacevole e avvolgente. Se avete letto altre opere di Ayuko, allora riuscite a capire bene di cosa parlo.
Tirando le somme di The Earl and the Fairy, è una lettura piacevole e carina ma ha dei difetti e per me rimane incompleta. Non saprei se consigliarvelo, al massimo mi sento di dirvi di valutare se preferite leggere una serie, per l’appunto, piacevole e con dei difetti di cui però al momento non potrete conoscere la fine (se proprio l'elemento magico e l'ambientazione vi attirano) oppure rinunciarvi in partenza (tanto non perderete la storia dell’anno).

★★★☆☆
Good. :)

venerdì 9 marzo 2018

Crawl Space di Jesse Jacobs

Ciao a tutti!
Oggi sono qui per parlarvi di Crawl Space, il nuovo lavoro di Jesse Jacobs pubblicato in Italia da Eris Edizioni, casa editrice che pubblica fumetti underground molto folli e particolari.
Impazzisco per Jesse Jacobs; non so bene spiegarvi il perché, ma è un fumettista che mi piace tantissimo per la sua folle arte e per le sue folli storie. Vi ho già parlato delle sue due opere precedenti pubblicate qui da noi sempre da Eris Edizioni, Safari Honeymoon e E così conoscerai l’universo e gli dei; QUI potete trovare il mio post se siete interessati.


Crawl Space
Crawl Space di Jesse Jacobs

Eris Edizioni  6 Febbraio 2018  104 pagine  15,00 €  ITA
Jesse Jacobs, autore di punta del fumetto indipendente internazionale, ha conquistato i lettori italiani con Safari Honeymoon (2015) ed E così conoscerai l'universo e gli dei (2017). In Crawl Space c'è tutto quello che ha fatto innamorare il pubblico di quest'autore: assurde dimensioni parallele abitate da buffe e surreali creature, illustrate con il suo stile grafico inconfondibile, miscela perfetta tra pop e fumetto d'autore. La protagonista di questo viaggio psichedelico, Daisy, nella lavatrice della sua nuova casa scopre un intero universo fatto di forme di vita insolite, astratte, sensazioni e colori accecanti, provenienti da un'altra dimensione. Un viaggio grafico che lascerà senza parole.

My rolling thought
Ho dimenticato di essere me.
Daisy è una ragazza adolescente che si è appena trasferita con la sua famiglia nella loro nuova casa e che scopre all’interno della lavatrice nel seminterrato un portale per un altro mondo. Dopo essersi confidata con la sua nuova amica Jean-Claude, ben presto il mondo nella lavatrice diventa il rifugio dalla realtà di tutti i giorni di molti suoi compagni di scuola.
Crawl Space è l’ultimo lavoro di Jesse Jacobs, artista visionario canadese che nelle sue opere sperimenta grandi idee unite a scenari e mondi psichedelici super-colorati e surreali.
Come in Safari Honeymoon, Crawl Space parte da una premessa molto terrena e comune che però, sviluppandosi, si trasforma per assumere le vesti di qualcos’altro e in alcuni punti passare addirittura in secondo piano rispetto a quelli che si potrebbero definire intermezzi virtuosistici in cui Jesse Jacobs manipola la materia a suo piacimento.
In questo volume in particolare, Jesse Jacobs è andato completamente fuori di testa e presenta al lettore un mondo dotato di una logica tutta sua e abitato da creature gentili, un mondo puro e spirituale, diverso da quello di Daisy e dei suoi compagni di scuola, che è invece disordinato e chiassoso, e verso il quale la ragazza prova un interesse sempre maggiore tanto che diventa sempre più difficile per lei trovare un equilibrio tra i due mondi.
Anche in Crawl Space si ritrovano le tematiche care all’autore  l’universo e i suoi misteri, l’incontro-scontro tra due habitat o due mondi diversi, le relazioni con gli altri, l’autodefinizione, l'identità e la crescita personale —, che egli ripropone in tutte le sue opere e con le quali sperimenta presentandole da diversi punti di vista e ricorrendo a diverse soluzioni grafiche e narrative. Anche in questo volume non manca nulla, in particolare si sente l’importanza che ha per Jesse Jacobs l’invasione e la violazione di un mondo incontaminato, lo stabilire legami con gli altri privi di qualunque pregiudizio, e la dimensione spirituale di ogni individuo.


Quello che offre Jesse Jacobs è un viaggio estremo ma molto interessante, per certi aspetti anche inquietante, ma visivamente bellissimo: ogni pagina è un’opera d’arte. Come tutte le sue opere, ogni singola tavola può essere considerata un’opera a sé, ha senso anche guardandola da sola e slegata dal contesto di cui fa parte.
A differenza dei precedenti due lavori che si mantengono sui toni del verde e del violetto, Crawl Space vede la contrapposizione tra il mondo bidimensionale e in bianco e nero di Daisy e il mondo super-colorato all’interno della lavatrice che sembra quasi muoversi sulla carta per via del tripudio di colori e della varietà delle forme. Come gli altri due volumi, però, c’è una grande sperimentazione per quanto riguarda le forme e la manipolazione della materia che qui raggiunge livelli altissimi: esseri che si compongono, scompongono e ricompongono continuamente per mezzo di particelle e bastoncini che fluttuano sulla pagina, colori dispettosi che non stanno mai fermi ma viaggiano ad alta velocità.
Per contrapposizione il disegno è molto sintetico, soprattutto nella raffigurazione umana (infatti i personaggi femminili principali sono riconoscibili in base alla pettinatura e all’abbigliamento), e i dialoghi sono immediati e essenziali.
Jesse Jacobs è un’artista che si supera continuamente in ogni suo lavoro. Crawl Space si presenta come un’opera in linea con le precedenti ma molto matura, continua il discorso iniziato con E così conoscerai l'universo e gli dei e Safari Honeymoon ma lo eleva a un livello superiore.
Leggete Crawl Space, ma siate consapevoli che non guarderete più la vostra lavatrice con gli stessi occhi di prima.

Wonderful. *^*