martedì 30 gennaio 2018

Midnight in Paris di Woody Allen ☽

Ciao a tutti!
Quando vi propongo il “post cinematografico” del mese cerco di rimanere il più possibile legata all’argomento libri, parlando quindi di film o serie tv che sono stati tratti da romanzi, fumetti o fiabe. Non sempre ci riesco, ma questo è il mio proposito base. Questo mese vi parlo di un film che non è stato tratto da qualcosa di carta, ma è comunque legato ai libri perché il protagonista è uno scrittore e tra i personaggi secondari figurano scrittori realmente esistiti.



Midnight in Paris
di Woody Allen

2 Dicembre 2011  94 minuti  COMMEDIASENTIMENTALE
Midnight in Paris è una storia romantica ambientata a Parigi, nella quale s'intrecciano le vicende di una famiglia, in Francia per affari, e di due giovani fidanzati prossimi alle nozze; tutti alle prese con esperienze che cambieranno per sempre le loro vite. Il film è anche la storia del grande amore di un giovane uomo per una città, Parigi e dell'illusione di tutti coloro che pensano che se avessero avuto una vita diversa sarebbero stati molto più felici.

My rolling thought
Che esista Parigi e che qualcuno scelga di vivere in qualunque altra parte del mondo resterà sempre un mistero per me.
La visione di Midnight in Paris mi è stata consigliata (con tanto di “Fidati, sono sicuro che ti piacerà, è il tuo genere”) in particolare perché tra i personaggi secondari figurano una serie di scrittori e artisti che ho letto e che mi sono piaciuti / che apprezzo. Il problema è che è un film di Woody Allen e io non ho mai visto un film di Woody Allen — tranne per venti minuti a caso di Prendi i soldi e scappa — e non è che si può vedere un film di Woody Allen *così*, c’è bisogno di una certa preparazione, della visione dei suoi film precedenti… per non dimenticare la comicità! Sarò in grado di capire la comicità di Woody Allen!? Vabbé, alla fine l’ho visto, con il proposito di impegnarmi a recuperare (almeno) i lavori più significativi di questo regista.
Gil è un famoso scrittore di scenografie di Hollywood che, stanco della sua solita vita, vuole impegnarsi nella stesura di un romanzo, quindi decide di andare in vacanza a Parigi con la sua futura moglie e con la famiglia di lei in cerca di ispirazione per perfezionarlo. Gil è perennemente frustrato e scoraggiato non solo dalla sua compagna e dalla sua famiglia ma anche da una coppia di amici incontrata casualmente, che sminuiscono costantemente le sue ispirazioni-e-aspirazioni. Una sera decide di non seguire il malsano gruppetto in discoteca e di passeggiare da solo per le strade di Parigi. Allo scoccare della mezzanotte, una vettura d’epoca lo raggiunge e lo trasporta nella mitica Parigi degli anni Venti, un momento storico in cui i maggiori scrittori, artisti, musicisti e ballerini stanno dando vita a una vera e propria “età dell’oro” delle arti.
Midnight in Paris è un film molto romantico (ma non perché è ambientato a Parigi) e lo si capisce fin dalle prime inquadrature che consistono nelle vedute più famose, tipiche o caratteristiche di Parigi di giorno e di notte, montate insieme in sequenza per la durata di quasi cinque minute e accompagnate da una musica molto leggera, anch’essa romantica e caratteristica. È stata una scelta iniziale che mi è piaciuta molto perché permette allo spettatore di entrare nel mood della storia e in sintonia con il protagonista, perdutamente innamorato di Parigi e della bellezza delle sue notti — se poi ci capita anche una pioggerella leggera, tanto meglio.
Non ho notato particolari virtuosismi sul piano della regia, solo immagini semplici ma molto dirette (come quella sul ponte di Giverny nel giardino giapponese di Monet che oh) che appunto mettono in una condizione di empatia con i sentimenti del protagonista.
Gil è uno scrittore molto oppresso dalla sua futura famiglia: tutti e tre lo ritengono molto bravo nel suo lavoro ma solo per motivi opportunistici, e non capiscono il perché delle sue nuove aspirazioni. Lui non si sente affatto realizzato, è stufo di essere il più bravo dei mediocri, ma non riesce nemmeno a uscire fuori dallo stallo creativo in cui è finito durante la revisione del suo romanzo.
L’opportunità di viaggiare indietro nel tempo fin nella Parigi degli anni Venti gli permette non solo di incontrare i personaggi che più ama e stima e di ricevere consigli sul proprio lavoro, ma gli permette anche di riflettere su stesso, le sue aspirazioni e la sua vita.
Infatti il meccanismo del viaggio del tempo viene sfruttato per raccontare in chiave romantica la storia di un uomo che vive perennemente nell’illusione che la sua vita in un’altra epoca e in un altro luogo sarebbe stata certamente migliore perché il suo presente è insoddisfacente. Tutto quello che Gil vive e riesce a realizzare nel passato è tutto quello che non riesce a vivere o realizzare nel suo presente ma alla fine, attraverso il contatto con gli scrittori e gli artisti che ha ammirato per tutta la sua vita, capisce che non è necessariamente il passato a essere migliore ma il presente a non essere vissuto al meglio.
Succede infatti spessissimo che ognuno di noi abbia una visione idealizzata del passato perché si tende a romanticizzare un determinato periodo storico ma, non avendolo mai vissuto, non se ne ha una reale percezione (un po’ come succede per le città — ma una città si può visitare, il passato non si può vivere).
Gil verrà messo davanti a due soluzione: continuare a vagare nel passato (letteralmente) oppure affrontare il presente, per davvero, e renderlo meno buio.
Il punto forte di questo film non è la storia o il suo messaggio, ma i surreali incontri del protagonista con le personalità del passato: Francis Scott Fitzgerald e Zelda Fitzgerald, Ernest Hemingway, Gertrude Stein, Cole Portman, Salvador Dalì, Pablo Picasso, Henri Matisse, Henri de Toulouse-Lautrec, Paul Gauguin, Edgar Degas, Man Ray, ecc. Incarnano un po’ l’immaginario comune, ma i siparietti che li vedono coinvolti sono molto leggeri e simpatici. Compaiono molte citazioni e curiosità su di loro che chi è appassionato di letteratura e arte di inizio Novecento coglierà di sicuro.
Owen Wilson interpreta il protagonista Gil. Non ero molto entusiasta all’idea di vedere un film con Owen Wilson, pensare poi che ne è anche il protagonista… Non è che ho un problema con Owen Wilson, ho un problema con i ruoli che gli vengono affidati: troppo comici, buffoneschi e infantili. In Midnight in Paris mi ha stupito perché Woody Allen è stato capace di tirarlo fuori dal suo solito personaggio per fargliene vestire uno del tutto nuovo. In poche parole, è riuscito a valorizzarlo. È una recitazione sempre molto spontanea e naturale, quella di Owen Wilson, ma secondo me il personaggio di Gil gli è riuscito alla perfezione.
Il resto del cast vede tantissimi nomi importanti e, senza soffermarmi troppo su ognuno di loro perché spesso e volentieri hanno parti brevissime, secondo me sono stati tutti sul pezzo. Mi sono piaciuti in particolare Kathy Bates nei panni di Gertrude Stein (che nei pochi minuti in cui compare domina l’inquadratura); Tom Hidleston e Alison Pill nei ruoli dei coniugi Fitzgerald; Yves Heck, un Cole Portman vivente; Corey Stoll, un perfetto Hemingway; Adrien Brody,un azzeccato Dalì in fissa con i rinoceronti (Adrien Brody mi piace tantissimo, lo trovo molto elegante); Marion Cotillard, una bellissima e malinconica Adriana.
Tirando le somme, non penso che Midnight in Paris sia uno di quei film imperdibili o da vedere assolutamente nella vita, e penso anche che i film che hanno reso Woody Allen un grande regista siano altri, ma è stato piacevole da guardare e lo riguarderò sicuramente in futuro se dovesse ricapitare l’occasione.


★★★½
Good. :)

venerdì 26 gennaio 2018

RECENSIONE: Il giardino segreto & La piccola principessa di Frances Hodgson Burnett

Ciao a tutti!
Originariamente il post di oggi doveva incentrarsi sulla sola recensione de Il giardino segreto di Frances Hodgson Burnett ma, poiché ho letto anche La piccola principessa e mi è venuta voglia di parlarvene, ho deciso di aggiungere un piccolo pensiero anche riguardo a questo libro. Il giardino segreto e La piccola principessa sono due ottimi classici per l’infanzia, mi hanno colpito e mi sono piaciuti molto, quindi il mio consiglio a voi è quello di leggerli e di farne tesoro.


Il giardino segreto
The Secret Garden di Frances Hodgson Burnett

Einaudi  17 Giugno 2016  250 pagine  11,00 €  ITA
Protagonista del Giardino segreto è la piccola Mary Lennox, una bambina di nove anni che, orfana di entrambi i genitori, viene affidata a uno zio, il nobile gobbo lord Archibald Craven che vive in un tetro castello sperduto nella brughiera. Qui Mary scopre che la natura malinconica dello zio è dovuta alla morte della moglie Lilias avvenuta nel loro giardino personale. A causa della disperazione, lo zio Archibald aveva chiuso quel giardino e fatto sotterrare la chiave, così che nessuno potesse mettere piede in quel luogo "sacro". Mary, con l'aiuto del pettirosso del giardiniere, trova la chiave che le occorre per aprire quel misterioso giardino e riesce a penetrarvi. Ma ben presto la piccola orfana si troverà alle prese con un altro insospettato segreto.

My rolling thought
La magia spinge, tira e fa spuntare le cose dal nulla. Tutto è creato dalla magia, foglie e alberi, fiori e uccelli, tassi e volpi, scoiattoli e persone. Perciò, la magia deve essere intorno a noi, in questo giardino, in ogni luogo.
Mary Lennox è una bambina di circa dieci anni nata in India che, a causa della morte improvvisa dei suoi genitori per via del colera, è costretta a trasferirsi in Inghilterra per vivere nel castello del suo nuovo tutore, lo zio Craven. Mary non ha mai conosciuto suo zio, sul quale circolano molte tristi storie, e detesta fin da subito la brughiera nella quale sorge il suo castello ma, dopo aver scoperto un bellissimo giardino segreto e dopo aver deciso di prendersene cura, qualcosa cambierà in lei e nelle persone che la circondano.
Il giardino segreto è una storia che inizia in modo molto, molto triste ma che si conclude con un sentimento di gioia e di benessere condiviso da tutti i personaggi, che nel corso dello svolgimento delle vicende hanno percorso un sentiero di crescita personale lavorando su loro stessi che li ha portati a stare meglio e di ritornare alla vita.
All’inizio il personaggio di Mary viene presentato come una bambina di ghiaccio, arrogante, viziata, scorbutica, antipatica, brutta e sempre malaticcia, che non mostra il minimo entusiasmo verso niente e nessuno. Mary è così perché fin dalla nascita nessuno si è mai preso cura di lei — se non la sua tata indiana che l’ha sempre trattata alla stregua di una principessina —, i suoi genitori l’hanno letteralmente abbandonata tanto che, dopo la loro morte, viene ritrovata per caso a vagare tra le stanze di casa sua da delle persona estranee. Ci troviamo al cospetto di una bambina che ha sempre vissuto nella più totale anaffettività che, in lutto, arriva in una casa triste, vuota e solitaria, esattamente come è triste, vuota e solitaria lei. Mary continua ad essere da sola nel castello (tranne quando incontra la ragazza di servizio che si occupa di tenere in ordine le sue stanze), non le è permesso andare in determinati luoghi e deve sbrigare le sue faccende personali da sola, come vestirsi e intrattenersi; ma la piccola ancora di salvezza di Mary è la sua enorme curiosità, che un giorno la porta a scoprire l’entrata di un giardino segreto. Mentre Mary si occupa del giardino si occupa anche di se stessa, diventa sempre più indipendente e consapevole, coltiva i suoi sentimenti e le relazioni con gli altri.
Il giardino rappresenta l’interiorità di Mary: quando vi entra per la prima volta, la bambina pensa che sia tutto morto, ma poi nota dei piccoli germogli tra l’erbaccia e decide di liberarli estirpando tutto ciò che non permette loro di respirare e crescere. Il ritrovamento di questa piccola punta di speranza nel terreno la porta a prendere la decisione di occuparsene, di trasformarlo, di riportarlo alla vita, e il giardino farà lo stesso con lei. Il giardino risorge e con lui risorge anche Mary.
In questa storia, oltre il giardino, sono importantissime anche le persone che circondano Mary. Il fatto che nella sua missione di riportare alla vita il giardino venga accompagnata da altri due bambini è significativo per lo svolgersi del suo parallelo percorso di rinascita interiore, infatti non è possibile tirarsi fuori da una situazione di completo vuoto o depressione o migliorarsi se si è da soli. A un certo punto Mary, che sta diventando altro dalla bambina viziata e bisbetica che era, entra in contatto con un bambino che è come era la vecchia se stessa, altrettanto viziato e bisbetico, e sarà proprio lei questa volta ad aiutarlo, a tirarlo fuori dalla bolla che si è costruito da solo nel tempo. Dopo essere cambiata, Mary sarà capace di aiutare anche suo zio, che vive nel lutto e nella sofferenza da dieci anni, che non è mai riuscito a superare la perdita e ha sempre negato qualunque apertura alla vita.
Coltivando il giardino segreto, Mary ha coltivato quello che aveva dentro di sé, dal nulla è riuscita a trovare la magia, ed è una metafora bellissima che dimostra quanto sia importante coltivare il proprio giardino interiore, di non maltrattarlo e lasciarlo a se stesso.
Il giardino segreto è un libro davvero molto coinvolgente a livello emotivo perché mostra come si possa ritrovare la felicità dalle piccole cose e quindi la scintilla che riporta alla vita. È una storia che afferma che si possono superare i momenti tristi e bui e ricorda che, coltivando il proprio giardino dell’anima, si può arrivare a stare meglio.

★ ★ ★ ★ ★
Wonderful. *^*


La piccola principessa (A Little Princess) di Frances Hodgson Burnett Orfana di madre, la piccola Sara è nata in India, dove ha vissuto per sette anni con l'amatissimo padre, Ralph Crewe, un capitano dell'esercito inglese. Sara è una bambina speciale, generosa e gentile con tutti, anche con le persone meno fortunate, e non si perde mai d'animo neppure quando è costretta ad abbandonare il suo paese per un tetro collegio inglese. Da tempo ha imparato a trarre forza dalle meravigliose storie che la sua fervida immaginazione sa inventare, trasformando le difficoltà in mirabolanti avventure. E saranno proprio quelle storie a darle il coraggio di affrontare le umiliazioni che il destino le ha riservato, come una vera principessa.
Einaudi  12 Febbraio 2013  220 pagine  10,00 €  ITA
«Tu immagini sempre qualcosa!» «Proprio così: mi piace e credo che non ci sia niente di più gradevole.»
Sara Crewe, orfana di madre, è l’amata figlia di un capitano dell’esercito inglese con il quale vive in India. Un giorno l’uomo ha necessità di affidarla ad un collegio a Londra non solo perché deve sbrigare delle faccende riguardo una miniera di diamanti ma soprattutto perché venga educata ad essere un’ereditiera, ovvero una donna che in futuro erediterà una grande fortuna che dovrà essere in grado di amministrare. Sfortunatamente il padre di Sara muore in un incidente e la bambina si ritrova a perdere tutto, tanto che Miss Minchin, la direttrice del collegio, la solleva dal suo ruolo di brillante studentessa per farle svolgere le mansioni di una sguattera.
La piccola principessa non mi ha colpito tanto quanto Il giardino segreto perché è evidente una certa artificiosità nello svolgimento delle vicende, ma l’ho molto apprezzato comunque. Punta molto sulla drammaticità della condizione di Sara per far andare avanti la storia, ovvero una situazione in cui una bambina che aveva tutto si ritrova a non avere più niente ma che, grazie alle qualità del suo animo e a eventi fortuiti, riesce a riscattarsi, e questo mi ha fatto *leggermente* storcere il naso, ma la caratterizzazione della piccola protagonista è un qualcosa di meraviglioso, ho amato la sua forza d’animo e la sua fervida immaginazione.
Sara è una bambina profondamente amata dal padre, ha tutto e anche di più da lui, ma non è mai egoista o capricciosa, per lei contano più gli affetti che gli oggetti materiali. È una bambina con delle profonde qualità morali: è dolce, umile, altruista e generosa, molto matura per la sua età. Per la bontà del suo animo, Sara suscita da un lato l’amore e l’ammirazione delle bambine, soprattutto di quelle più piccole, emarginate o bullizzate, e dall'altro l’invidia delle più grandi, soprattutto di Miss Minchin stessa. Anche dopo che la direttrice la priva di tutto e la fa vivere in completa sofferenza e privazione, dona ai meno fortunati di lei quello che ha: aiuto, una parola di conforto, un pezzo di pane. La sua immaginazione è quello che la rende così forte, perché vi trova conforto nei momenti più difficili. Ciò che mi ha colpito di Sara è che lei sceglie di essere buona, non è l'autrice che la descrive così perché deve essere un modello di bontà e purezza disinteressata per il lettore: Sara si interroga sulla possibilità di essere cattiva, spesso vorrebbe rispondere e farsi valere sugli altri, ma decide di non farlo e di rimanere una principessa, quindi mantenere intatta la sua integrità per non abbassarsi al livello degli altri.
La piccola principessa ha molti elementi in comune con Il giardino segreto e Anna dai capelli rossi. Anche se penso che Sara sia un vero e proprio modello (vorrei avere anch'io le sue qualità), mi trovo a preferire e a rivedermi meglio negli altri due romanzi.

★ ★ ★ ½ 
Good. :)

martedì 23 gennaio 2018

✰ READING JOURNAL ✰

Ciao a tutti!
Oggi vorrei parlare con voi di READING JOURNAL: del mio, dei vostri, se li trovate utili, se la ritenete un’attività del tutto superflua, se avete provato a tenerne uno ma l’esperimento è fallito, cosa ne penso io, come ho organizzato il mio, dei mille modi in cui si può realizzarne uno… eccetera, eccetera!


Un reading journal è essenzialmente un diario di lettura all’interno del quale il lettore scrive tutto ciò che ha a che fare con la sua esperienza di lettura.
In commercio esistono tantissime tipologie di questo diario, i più comuni sono quelli in cui le pagine sono strutturate in questo modo: un riquadro in cui riportare le generalità del libro (titolo, autore, casa editrice, anno di pubblicazione, numero di pagine, genere), uno spazio in cui poter scrivere il proprio pensiero, e le stelline per il voto finale. Questa “struttura base” può essere ampliata con una serie di informazioni supplementari come il perché si è letto quel determinato libro, quando e dove lo si è letto, a chi lo si consiglia, citazioni che ci hanno colpito. I reading journal più elaborati possono essere anche suddivisi in varie sezioni in cui vi si possono riportare, ad esempio, la propria wishlist e la proprio to-be-read. Insomma, ne esistono un’infinità e c’è davvero da perderci la testa!
Ma si può anche realizzare il proprio reading journal con un semplice quaderno o un’agenda, soprattutto quando non si vuole essere vincolati a scelte “imposte” da qualcun altro e rispondere solo alle proprie esigenze — ed è quello che ho fatto io.


Il mio reading journal è un semplice quadernino che ho comprato verso la fine dello scorso anno da Lidl: ha la copertina rigida di cartone, la costina azzurra, un disegno geometrico sul davanti e un nastrino-segnalibro blu. All’interno è a righe ed è suddiviso in cinque sezioni, ognuna separata dall’altra con una pagina decorata (con numeri, lettere o disegni), e ogni sezione ha le righe di un colore diverso (grigio, blu, rosa, arancio, nero). Mi ha conquistato appena l’ho visto (le righe colorate sono state il colpo di grazia) e ho subito pensato che potesse essere un perfetto reading journal. È anche abbastanza spesso, quindi non sarà il mio reading journal solo per quest’anno ma mi accompagnerà anche nei prossimi.

MOMENTO CONFESSIONE: Sono una di quelle persone che va pazza per la cartoleria, che accumula quaderni, quadernini, agende, penne, pennarelli, evidenziatori, washi tape… di tutto! Ho una collezione di quaderni e agende che non mi decido mai a usare perché sono troppo carini e non voglio rovinarli per i seguenti motivi:
  • Ho una grafia orrenda .__. anzi, ho delle grafie orrende! Non so perché ma non scrivo mai allo stesso modo. Quando provo a scrivere qualcosa in modo carino e mi concentro per farlo, alla fine mi escono delle schifezze. Scrivo bene solo le note agli appunti che devo studiare .__. ;
  • Odio scrivere, per questo non ho mai avuto un diario segreto (ansia da prestazione e ansia da pagina bianca). Ma adoro fare liste, adoro le liste!

Non ho bisogno di un reading journal particolarmente elaborato, quindi ho pensato di organizzare il mio in questo modo:
  • PRIMA SEZIONE: Elenco dei libri e dei fumetti che leggo di anno in anno;
  • SECONDA SEZIONE: Goals, ovvero gli obiettivi di lettura che stabilisco per me stessa ogni anno;
  • TERZA SEZIONE: Reading Challenges, soprattutto quelle che mi fanno recuperare libri e fumetti che voglio leggere da tempo;
  • QUARTA SEZIONE: Stats, statistiche annuali;
  • QUINTA SEZIONE: Best and Worst, classifiche dei migliori e dei peggiori libri e fumetti dell’anno.
Per quanto riguarda la prima sezione, al momento mi è sufficiente segnarmi solo il titolo e il nome dell’autore del libro o del fumetto che leggo, non mi interessa riportare informazioni come periodo di lettura, rating, commento, ecc., perché non ne ho bisogno e perché voglio mantenermi essenziale anche dal punto di vista grafico.


Per la sezione Goals ho copiato spudoratamente LOTTELIKESBOOKS (seguitela su Instagram perché è meravigliosa).
Lo scorso anno ho letto molti autori nuovi e interessanti che vorrei continuare ad approfondire quest’anno, e ci sono altrettanti autori che voglio leggere da tempo ma che non mi decido mai a recuperare. Inoltre ho un bel po’ di libri cicciotti da leggere (o che non ho ma che voglio leggere) che mi intimidiscono un po’ nonostante voglia leggerli con tutta me stessa. Quando ho visto Lotte condividere due pagine del suo reading journal incentrare proprio su autori e mattoni da leggere durante il 2018, ho deciso di seguirla in questo suo progetto.
Altri miei obiettivi personali sono: leggere qualche biografia o autobiografia, provare ad ascoltare degli audiolibri, approfondire il genere del realismo magico, leggere romanzi che parlino di arte, recuperare classici e classici per l’infanzia.


Non sono una lettrice che ama partecipare a molte e/o a lunghe reading challenge perché per me la lettura è un piacere, quando ci sono “vincoli”, “imposizioni” o “costrizioni” perdo tutto il mio entusiasmo e non leggo più. Ci sono però reading challenge molto carine e discrete, in cui le richieste sono molto libere e permettono di sperimentare/scoprire qualcosa di nuovo o recuperare titoli che si vogliono leggere da molto tempo. Io ne ho trovate due della Penguin di questo tipo che proverò a portare a termine: QUI e QUI.


Sempre Lotte condivide ogni anno sul suo profilo diverse statistiche di lettura sotto forma di grafici che riguardano il numero di pagine lette ogni mese e le percentuali dei generi letti, dei formati, della lingua, delle serie e dei volumi unici, ecc… Piacerebbe fare una cosa del genere anche a me a fine anno, spero di non fallire e di riuscire a mostrarvela insieme ai migliori e i peggiori a Dicembre.


Al reading journal accompagno un quadernino di citazioni. Quello che ho io l’ho comprato da Ikea un paio di anni fa (non so se li vendono ancora) e ci ho attaccato su un adesivo di Edgar Allan Poe, così che possa vegliare su di me e ispirarmi dall’alto (!).
Il fatto di ritrovarmi in alcuni passi dei libri che leggo è un’esperienza incredibile e, siccome non amo sottolineare i libri, ho finalmente deciso di raccoglierli così da poterli avere sempre (e facilmente) a disposizione. (Vi prego di non fare caso ai miei tentativi falliti di decorazione della pagina.)


L’idea di tenere un reading journal mi frullava per la testa già da un po’ di tempo, soprattutto da quando all’ultima edizione di Mare di Libri Aidan Chambers ha parlato del suo reading journal (QUI).
Lo scorso anno non avevo un vero e proprio reading journal, però avevo preso l’abitudine di scrivere ogni mese tutti i titoli dei libri, dei fumetti, dei film e delle serie tv che leggevo e che vedevo. Mi sono resa conto che mettermi alla scrivania per qualche minuto al giorno o alla settimana era un’attività molto rilassante, soprattutto perché mi permetteva di concentrarmi su quello che stavo facendo in quell’esatto momento. Sono infatti una persona molto ansiosa, che pensa sempre a quello che deve venire e mai al presente, che cerca di tenere sempre tutto sotto controllo (anche attraverso le famose liste). Se a questo ci aggiungiamo il fatto che non amo scrivere, il mio cervello è un gran bel casino! Però impegnarmi in questa attività, scrivere almeno liste o pensieri “più ordinari”, mi aiuta a svuotare un po’ la mente e a essere più tranquilla e rilassata.
Il reading journal e il quaderno delle citazioni non sono gli unici quaderni che utilizzo nella mia quotidianità, ne ho anche altri ma non sono legati al mondo dei libri (tranne quello che utilizzo per l’organizzazione del blog, in cui appunto idee e la scaletta mensile dei post) e sono composti per lo più da liste e citazioni.

Direi che questo lungo post è giunto alla sua conclusione! Sono molto curiosa di sapere se avete un reading journal, se l’avete acquistato o se l’avete realizzato da soli, come è organizzato e se è un’attività che vi aiuta in qualche modo. Vi ringrazio per il tempo che avete dedicato a leggere quello che ho scritto, a presto!

venerdì 19 gennaio 2018

Orange di Ichigo Takano

Ciao a tutti!
Con il post di oggi vi parlo di Orange di Ichigo Takano, un manga che ha avuto un grandissimo successo e che finalmente sono riuscita a leggere anche io (grazie alla moglie di mio zio che me lo ha prestato :3). Mi ha fatto piangere dall’inizio alla fine ed è diventata una delle mie serie preferite per il suo messaggio molto forte e profondo.


Orange
di Ichigo Takano

Flashbook  2014 / 2017  6 volumi  6,90 €  ITA
Nella primavera dei suoi 16 anni, Naho Takamiya riceve una lettera da se stessa 10 anni nel futuro. All'inizio Naho pensa che si tratti di uno scherzo, ma cambia idea quando gli avvenimenti che vengono descritti nella lettera accadono veramente, tra cui il trasferimento di un nuovo studente, Kakeru Naruse. La lettera finisce con la preghiera della Naho del futuro alla Naho del passato di prendersi cura di Kakeru perché, con suo grande rimorso, nel futuro lui non ci sarà più. 
NOTA: La storia di Naho e dei suoi amici si conclude con il quinto tankõbon ma ne è recentemente uscito un sesto che ruota attorno al personaggio di Suwa, uno dei ragazzi del gruppo.

My rolling thought
So che non sarà facile cancellare i rimpianti e i sensi di colpa di Kakeru però spero che almeno potremo renderglieli più sopportabili.
Naho è una liceale come tante altre che una mattina riceve una lettera che le è stata mandata dalla se stessa del futuro. Inizialmente pensa che sia uno scherzo ma, quando determinati eventi descritti nella lettera accadono, inizia a credere seriamente al suo contenuto. In questa lettera sono trascritti tutti gli errori che la Naho del futuro ha commesso in passato e vorrebbe che la giovane Naho non li ripeta e vi ponga rimedio, così da non avere rimpianti anche lei da adulta. In particolare, nella lettera è scritto di stare accanto a un nuovo compagno di classe che arriverà proprio il giorno in cui Naho riceverà la lettera perché dieci anni dopo non sarà più con lei. Questo è uno dei più grandi rimpianti della Naho del futuro, che quindi sprona la Naho del presente ad avere cura di lui.


Nonostante sia uno shoujo abbastanza canonico per quanto riguarda l’elemento sentimentale e le ambientazioni, Orange ha quel qualcosa in più che lo fa emergere dalla massa: si parla (anche) del primo amore e vengono proposte le tipiche situazioni in cui possono ritrovarsi i protagonisti di uno shoujo, ma hanno un significato completamente diverso alla luce delle tematiche che affronta e che non fanno tipicamente parte di questo genere (ma dei seinen, ovvero manga rivolti ad un pubblico adulto che trattano tematiche complesse, particolarmente sviluppati sul piano psicologico), come la morte e il suicidio, i problemi famigliari, l’incapacità di esprimere i propri sentimenti e il conseguente distacco e isolamento dagli altri, l’autolesionismo come punizione personale.
Il personaggio principale (Naho) ha uno scopo (proteggere e salvare Kakeru) e l’alto componente drammatico fa sentire il lettore estremamente coinvolto nella storia perché vuole sapere come farà e se ci riuscirà. Anche l’elemento fantascientico, dei viaggi nel tempo e della doppia linea temporale presente/futuro (anche questo non propriamente tipico dello shoujo tradizionale), oltre ad essere affascinante, è un altro elemento di coinvolgimento perché sottolinea la drammaticità della storia e fa sentire ancora di più legati al destino dei personaggi.
Personalmente mi sono ritrovata a parteggiare intensamente per Naho e Kakeru, ho tifato per loro, mi sono ritrovata a sperare con tutta me stessa che la Naho del presente riuscisse a cambiare le sorti di Kakeru. Orange è un fumetto molto potente a livello emotivo, fa venire il groppo in gola praticamente ad ogni volume.
Naho è la protagonista perfetta per questo manga. È molto timida e riservata, tende sempre a mettere davanti a sé gli altri e a non creare disturbo, ma una volta ricevuta la lettera agisce e cerca di trovare il modo per superare gli ostacoli e le difficoltà  non sempre in maniera perfetta però ci prova, cerca di combattere e superare i propri limiti per il bene di un’altra persona. Mi ci sono rivista molto, sopratutto per il carattere, e mi ha insegnato tantissimo.
Gli altri personaggi sono un po’ messi da parte ma la loro presenza è efficace perché ci sono sempre nei momenti importanti, a sottolineare l’importanza che l’amicizia e il supporto reciproco rivestono in questo manga. Infatti Naho non è l’unica a voler cambiare le cose per far sì che Kakeru viva, ma lo vogliono anche i suoi amici che quindi la sostengono sempre e comunque e in ogni modo. La loro unione, che si basa su questo sentimento di affetto, crea un legame molto forte ed è qualcosa che è rappresentato molto bene e che mi è piaciuto tantissimo. Tutti loro si sostengono, si aiutano e lavorano insieme.
È molto toccante scoprire pian piano la storia di Kakeru, che ha un passato molto difficile e che nel presente deve affrontare delle situazioni molto impegnative, che lo tormentano a livello psicologico facendolo arrivare a chiedersi se valga la pena davvero vivere. 
Si percepisce sia il dolore e la sofferenza di Kakeru che quello dei personaggi da adulti, soprattutto il rimpianto nei confronti del fatto che il loro amico non sia più con loro, che non sono riusciti a salvarlo da ragazzi perché non si sono accorti che soffrisse.
Non si deve mai dare per scontato l’altro, è importante accorgersi se c’è qualcuno con l’animo ferito e supportarlo nel tempo sempre, perché è meno difficile sopportare il dolore se non si è da soli. Gesti fatti e frasi dette con leggerezza, e soprattutto gesti non fatti e frasi non dette, che sembrano non significare niente possono ferire l’altra persona, è quindi molto importante essere capaci di provare empatia e affetto nei confronti di chi abbiamo accanto.
I disegni di Ichigo Takano mi sono piacciono tantissimo, sono molto puliti e gradevoli, dettagliati soprattuto per quando riguarda la parte del viso e d’impatto nei momenti più drammatici.
Vi consiglio davvero con tutto il cuore di leggere questa serie, è un manga che merita di essere letto perché insegna molto e lascia davvero qualcosa. È un fumetto molto intenso, che scava nell’interiorità e nella psicologia non solo dei suoi personaggi ma delle persone.

★★★★
Wonderful. *^*

martedì 16 gennaio 2018

FOCUS ON: Victoria Francés

Ciao a tutti!
Oggi voglio presentarvi Victoria Francés, un’artista che seguo da tantissimo tempo e che sono sicurissima conoscerete anche voi, se non di nome almeno per le sue famosissime e diffusissime illustrazioni. È stata una degli ospiti dell’ultima edizione del
Lucca Comics & Games per presentare il suo ultimo lavoro, Mater Luna, che ho (entusiasticamente) recuperato giusto questo mese, e mi sono detta: perché non parlare di questa autrice prima di parlare di una delle sue opere?


Victoria Francés è un’illustratrice spagnola laureata in belle arti. Autrice di racconti illustrati (o, per meglio dire, “illustrazioni raccontate”), collabora anche con altri artisti per raccolte illustrate, con bad pagan folks per la realizzazione delle copertine degli album e di opere originali collegate alle tracce, e con la South Korean Ball-Jointed Dolls Company nella realizzazione di character design per bambole legate al mondo della stregoneria e delle tradizioni pagane. Le sue illustrazioni sono famosissime nel mondo e vengono utilizzate per calendari, puzzle, set di tarocchi, poster e molto altro.
  • FAVOLE Lacrime di Pietra (2004), Liberami (2005), Gelida Luce (2007) + Edizione Integrale (2011, volume unico con bozze inedite e illustrazioni esclusive);
  • Angel Wings (2005, inedito);
  • El Corazón de Arlene (2007, inedito);
  • MISTY CIRCUS Sasha, Il piccolo Pierrot (2009), La notte delle streghe (2010);
  • Il lamento dell’oceano (2012);
  • Mater Luna (2017).

La prima opera di Victoria Francés porta il nome della sua stessa protagonista: Favole è una misteriosa fanciulla di origini veneziane che, in una mattina d’inverno, viene salvata da Ezequiel, un antico vampiro dei Carpazi che si innamora di lei e la porta con sé nel suo castello. Il loro amore cresce di giorno in giorno ma più passa il tempo e più Ezequel capisce di non voler condannare la sua amata al suo stesso destino per l’eternità, quindi decide di mandarla via.
Angel Wings è un piccolo libretto che raccoglie una serie di bozzetti, illustrazioni e fotografie che riguardano il processo di elaborazione di un vestito. Anche El Corazón de Arlene è un piccolo libretto, ma questa volta Victoria Francés racconta la storia di una giovane mendicante malata di cancro mescolando sogni, speranza e realtà sociale.
La serie Misty Circus si configura come una raccolta di libri che parla di magia e innocenza all’interno del decadente mondo dei circhi ambulanti. I primi due volumi ruotano rispettivamente attorno a un pierrot e a una strega.
Il lamento dell’oceano è una rivisitazione in chiave dark de La Sirenetta di Hans Christian Andersen, in cui una bellissima sirena si innamora di un marinaio malato che salva dalle acque dell’oceano.
Mater Luna è un volume che parla di donne e stregoneria, un progetto legato alle bambole realizzate in collaborazione con la South Korean Ball-Jointed Dolls Company.


Conosco Victoria Francés da una buona decina d’anni e non ho mai smesso di interessarmi a lei. È un’artista fenomenale: le sue opere d’arte sono fascinose e magnetiche, e le sue storie decadenti e oscure, cariche di sensualità, anche se forse un po’ troppo “barocchesche” dal punto di vista narrativo. Preferisco le illustrazioni in cui ritrae i suoi personaggi rispettando le proporzioni del corpo (come in Favole e Il lamento dell’oceano) e non deformandole (come in Misty Circus e Mater Luna, in cui le teste sono più grandi dei corpi) perché sono magnifiche, quasi delle fotografie, ma fondamentalmente amo il suo stile in qualunque versione scelga di proporlo.
Le sue opere sono influenzate dai boschi galiziani, in cui ha trascorso la sua infanzia e dai quali è rimasta affascinata; dai suoi viaggi in città come Londra e Parigi, in particolare dalle loro atmosfere decadenti, misteriose e oscure; dalle opere di Edgar Allan Poe, Bram Stoker, Anne Rice, Howard Phillips Lovecraft, Charles Baudelaire, Brian Froud e Arthur Rackham.
Le protagoniste delle sue storie sono in genere fanciulle che si trovano a vivere a contatto con magia e oscurità, travolte da amori appassionati e proibiti che generano atmosfere gotiche-romantiche. Abbontano figure paranormali come fantasmi, vampiri, streghe, sirene, ninfe, ecc.
Nell’elaborazione dei suoi personaggi prende spunto dalle fotografie di personaggi famosi, di se stessa e dei suoi amici e conoscenti (in Favole non vi sarà difficile riconoscere, ad esempio, Brad Pitt e riconoscerla in alcune illustrazioni).
Nei reconditi anfratti dei miei lontani ricordi fluttuano candide dame in compagnia di esseri sventurati, fra la malinconica nostalgia dei rimpianti, fra centinaia di fredde e scheletriche statue... Il palpito immortale dei miei aneliti mi portò a sconfinati altopiani di foglie morte, inverni desolati e leggendari castelli. Fu in un cupo, interminabile corridoio che iniziai il mio cammino.
Il post si conclude qui :) spero sia stato interessante per voi scoprire questa artista e i suoi lavori. Se già la conoscevate, fatemi sapere cosa avete letto di suo e se vi è piaciuto. Vi farebbe piacere se vi parlassi approfonditamente di qualche volume in particolare? A presto!

venerdì 12 gennaio 2018

RECENSIONE: All the Crooked Saints di Maggie Stiefvater

Ciao a tutti!
Come prima recensione dell'anno vi propongo la mia ultima lettura di quello appena passato, una delle migliori nonché libro di una delle mie scrittrici preferite in assoluto: All the Crooked Saints di Maggie Stiefvater. Ho cercato di parlarne come meglio potevo ma è stato abbastanza complicato ^^" fatemi sapere se lo avete letto e cosa ne pensate o se avete intenzione di farlo.


All the Crooked Saints
di Maggie Stiefvater

Scholastic Press  10 Ottobre 2017  311 pagine  ENG
Ecco una cosa che tutti vogliono: un miracolo. Ecco una cosa di cui tutti hanno paura: il prezzo per averne uno. Qualunque visitatore di Bicho Raro, Colorado, è probabile che trovi un paesaggio di santi oscuri, amori proibiti, sogni scientifici, matti gufi miracolosi, affetti separati, uno o due orfani, e un cielo pieno di stelle del deserto che osservano. Nel cuore di questo posto potrai trovare la famiglia Soria, in cui tutti hanno la capacità di compiere insoliti miracoli. E nel cuore di questa famiglia ci sono tre cugini desiderosi di cambiare il loro futuro: Beatriz, la ragazza senza sentimenti, che vuole solamente essere libera di esaminare i suoi pensieri; Daniel, il Santo di Bicho Raro, che compie miracoli per tutti ma non per se stesso; e Joaquin, che passa le sue notti gestendo una stazione radio fuorilegge con il nome Diablo Diablo. Stanno tutti cercando un miracolo. Ma i miracoli a Bicho Raro non sono mai come te li aspetti.

My rolling thoughts
“Do you have darkness inside you?” “Yes.” “And do you want to be rid of it?” This is a harder question to answer than one might think at first blush. Almost no one would think it’s correct to answer this question with a no, but the truth is that we men and women often hate to be rid of the familiar, and sometimes our darkness is the thing we know the best.
Se mi seguite (più o meno) assiduamente, saprete certamente che amo Maggie Stiefvater. La amo, davvero tanto, e amo ogni suo libro, dal primo all’ultimo, anche quelli che mi sono piaciuti di meno, come Whisper e Sinner perché hey!, uno scrittore non nasce già grande, ma lo diventa scrivendo. E Maggie Stiefvater, scrivendo, è diventata una grande scrittrice (o almeno lo è per me), ma è innegabile che abbia sempre mostrato una grandissima fantasia e una voce unica e particolare.
Ogni volta che inizio un suo nuovo libro, ho sempre il timore che possa deludermi o non piacermi troppo dopo l’ultimo che ho letto e adorato, ma la Stiefvater riesce a sorprendermi ogni volta: ha fatto centro con La corsa delle onde e il Raven Cycle, e lo ha fatto di nuovo anche con All the Crooked Saints.
A Bicho Raro, nel deserto del Colorado, vive la famiglia Soria, i cui membri sono stati benedetti dalla capacità di compiere miracoli. I pellegrini arrivano da ogni luogo per ricevere il loro miracolo dal Santo di Bicho Raro, il membro della famiglia Soria con il dono più forte. Negli anni Sessanta Bicho Raro abbonda di pellegrini che non sono ancora riusciti a completare il loro miracolo e il Santo è Daniel, uno dei tre cugini Soria.
Le vicende ruotano attorno ai tre cugini Soria — Daniel, Beatriz e Joaquin — ma la narrazione è arricchita da molte e affascinanti storie secondarie che riguardano i membri della loro numerosa famiglia, i pellegrini e Pete, un ragazzo che arriva a Bicho Raro non per chiedere un miracolo ma semplicemente per lavorare. Tutti hanno la loro storia personale, i propri desideri e le proprie paure, un’oscurità più o meno manifesta con cui fare i conti.
I tre cugini sono molto diversi tra di loro ma estremamente uniti: Daniel è il Santo di Bicho Raro, e in quanto tale deve fare i conti con ciò che rappresenta e i suoi sentimenti, che sono in contrasto tra di loro; Beatriz è la più razionale non solo dei cugini ma dell’intera famiglia, analizza i problemi e trova delle soluzioni in modo molto freddo e distaccato, per questo motivo è soprannominata la chica sin sentimientos; Joaquin è il più giovane dei tre e vuole diventare un dj, per questo si impegna per realizzare il suo sogno conducendo ogni notte un programma radiofonico clandestino nel bel mezzo del deserto insieme ai suoi cugini. Tutti e tre nel corso della storia subiranno un processo di crescita e maturazione personale non indifferente, che li porterà a confrontarsi con desideri, paure e oscurità. Inoltre sarà proprio la loro unione “contro” le vecchie e radicate tradizioni della famiglia Soria che porterà a una piccola rivoluzione non solo nella loro ampia e complessa famiglia ma anche in quella dei pellegrini che già si trovano a Bicho Raro e che arriveranno in futuro.
Lo stile di scrittura di Maggie Stiefvater è maestoso e poetico, leggendo i suoi libri si ha sempre questa sensazione di magia che accompagna in ogni singola parola, riga, paragrafo, capitolo. Maggie Stiefvater compie magie con le parole, la si sente fin nel profondo del proprio cuore ed è una sensazione bellissima. So che non è molto concreta come spiegazione, ma non saprei proprio come farvelo capire. Ci sono stati diversi passaggi su cui mi sono soffermata e che ho letto e riletto prima di andare avanti perché sono incantevoli, semplicemente belli, belli, belli:
By relegating the things we fear and don't understand to religion, and the things we understand and control to science, we rob science of its artistry and religion of its mutability.
The problem with ideas is that they never come all at once. They emerge like prairie dogs. An edge of ear, or the tip of a nose, and sometimes even the whole head. But if you look straight at an idea too fast, it can vanish back into the ground before you're even sure of what you've seen. Instead, you have to sneak up on it slowly, looking out of the corner of your eye, and then and only then you might glance up to get a clear look.
Lightning and love are created in very similar ways. There is some debate over how both lightning and love form, but most experts agree that both require the presence of complementary opposites. A towering thundercloud is full of opposites: ice and positive charge at its uppermost point, water and negative change at its base. In electricity and in love, opposites attract, and so as these opposites begin to interact, an electrical field develops. In a cloud, this field eventually grows so powerful that it must burst from the cloud in the form of lightning, visible from miles away. It is essentially the same in a love affair.
Mi sono ritrovata spessissimo nelle parole di questo libro (quasi fossero state scritte apposta per me), come ad esempio questa frase:
She had still been learning how to live with the hard truth that the most interesting parts of her thoughts usually got left behind when she tried to put them into words.
Ma la vera bellezza di questo romanzo risiede in ciò di cui parla e del modo in cui ne parla.
C’è questa famiglia capace di compiere miracoli, ma sono miracoli molto particolari perché mettono le persone nella condizione di poter superare l’oscurità che le attanaglia e che impedisce loro di andare avanti con la propria vita dandogli concretezza, ovvero tirandola fuori e materializzandola in qualcosa di fisico che può essere visto. Avendone maggiore consapevolezza, si può affrontare e capire come cacciarla via e superarla, ma è responsabilità della persona capire come farlo e soprattutto farlo, e non tutti ci riescono. Cercare di capire la propria oscurità e averci a che fare per superarla, non lasciare che condizioni e accompagni una persona per tutta la sua vita impedendola nelle relazioni con gli altri ma soprattutto nel rapporto con se stessa, è qualcosa con cui tutti hanno a che fare. Inoltre tutti hanno dei desideri ma hanno anche delle paura, e spesso le proprie paure impediscono di realizzare i propri desideri. Maggie Stiefvater parla di questi argomenti in modo molto delicato ed efficace, non è mai superficiale o fine a se stessa. 
All the Crookes Saints è un romanzo piccolino, di 300 pagine circa, ma è Maggie Stiefvateroso al 100%: c’è amicizia, c’è famiglia, c’è romance, ci sono personaggi fuori dall’ordinario e caratterizzati alla perfezione, c’è una storia unica e originale, c’è uno stile di scrittura superbo, ci sono automobili, ci sono (tanti) gufi, c’è un programma radiofonico illegale, c’è oscurità (e c'è anche luce), c’è magia, c’è folclore.
Ho amato All the Crooked Saints dalla prima all’ultima pagina, ha conquistato il mio cuore ed è (quasi) costantemente nei miei pensieri, il che significa che mi è piaciuto davvero, davvero tanto.
Se vi è piaciuto La Corsa delle Onde o il Raven Cycle, sono sicura che vi piacerà anche All the Crooked Saints perché è in grado di competere con questi titoli e di uscirne vittorioso. Se non avete mai letto Maggie Stiefvater, vi prego di darle un’opportunità perché è una scrittrice unica, capace e valida. Da noi è stra-sottovalutata perché molti si fermano davanti a trame che non dicono nulla e che suggeriscono solo i soliti meccanismi young adult, ma ogni suoi libro è bellissimo e diverso.

★★★★★
Wonderful. *^*